domenica 22 marzo 2009

La nuova Gomorra in Calabria

Fonte: Espresso.it
di Antonio Nicaso

Hanno spodestato Cosa nostra negli Usa. Sono alleati con messicani e colombiani. Monopolizzano l'import di coca in Europa. Colonizzano le risorse dell'Africa. Rapporto sull'impero della mafia calabrese

L'America è sempre più cosa loro
Per il governo di Washington, le 'ndrine calabresi rappresentano una "crescente minaccia", al pari dei terroristi di Al Qaeda o del ritorno in azione dei guerriglieri del Pkk, il partito separatista curdo. Se le tradizionali famiglie di Cosa nostra fanno fatica a svecchiare gli organici, la 'ndrangheta investe nella produzione di foglie di coca con i paramilitari colombiani e gestisce ingenti partite di droga con i Los Zetas, il braccio armato del più potente e sanguinario cartello messicano, quello del Golfo, che ormai controlla l'intera distribuzione di cocaina negli Stati Uniti.
È solo una delle facce della 'nuova Gomorra', che dalla Calabria si espande in quattro continenti: dopo avere colonizzato l'Europa adesso si allarga nelle Americhe e in Africa. Unendo armi e soldi, violenza e investimenti, è sempre un passo avanti rispetto agli investigatori: dalle miniere congolesi del coltan, minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, all'infiltrazione negli appalti dell'Expo di Milano 2015.

La scoperta dell'America Da New York a Miami, la 'ndrangheta si è ormai allargata a macchia d'olio
Quella che un tempo in Florida per la sua invisibilità veniva paragonata all'altra faccia della luna, oggi è una delle poche organizzazioni criminali capace di fornire capitali in una economia fortemente spossata dalla crisi. Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, come succedeva in Germania agli inizi degli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, quando la 'ndrangheta intuì il grande business della riconversione di una delle aree industriali più grandi del continente, dove, oltre un secolo prima, era nato il capitalismo tedesco. Ma l'intera Europa orientale allora diventò terra di conquista. Uno dei globetrotter della 'ndrangheta venne fermato con 2.600 miliardi delle vecchie lire mentre nell'ex Unione Sovietica stava cercando di acquistare una banca, una raffineria di petrolio e un'acciaieria. Adesso invece l'Eldorado è il Nord America spossato dal credit crunch.

Oggi negli Stati Uniti la 'ndrangheta comanda senza dare ordini. E comunica senza parlare
Come è successo recentemente a Manhattan, dove un broker delle 'ndrine è stato avvistato al tavolo di un ristorante, in compagnia di tre trafficanti. Il broker calabrese e i tre narcos messicani, dopo aver ordinato del pesce, hanno cominciato a scambiarsi messaggi di testo con il Blackberry attraverso il ptt - push to talk -, uno dei pochi sistemi che, come il software di Skype, non è intercettabile. Rimanendo praticamente in silenzio per tutto il pasto, tra un'aragosta e un cocktail di gamberi, si sono messaggiati per concludere i loro affari.
High tech e vincoli di sangue: la forza della 'ndrangheta sta proprio nella capacità di adattarsi a qualunque situazione, senza mai snaturarsi, senza mai venir meno a quel modello di società con regole e valori che, dalla seconda metà dell'Ottocento, si tramandano di padre in figlio. "Le parentele sono le uniche stratificazioni ammesse nella gerarchia delle 'ndrine", spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla 'ndrangheta: "È una realtà omogenea, difficilmente penetrabile dall'esterno, in grado di rigenerarsi, consolidarsi ed espandersi mediante unioni matrimoniali e comparaggi con esponenti di altre famiglie". A New York come a Duisburg, a Toronto come ad Amsterdam.

Fronte del Golfo
L'alleanza con i narcos messicani rappresenta la nuova frontiera, una superlega di boss che non si scompone neanche dopo il sequestro di sessanta milioni di dollari o la perdita di 16 tonnellate di cocaina e 25 tonnellate di marijuana, come è successo pochi mesi fa nel corso dell'operazione Solare, coordinata dalla procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta in collaborazione con la Drug enforcement administration (Dea), l'antidroga americana. In Messico, da alcuni anni, l'odore di sangue rappreso sa di ferro rugginoso. Come quello delle armi usate per spartire torti e ragioni in una guerra civile per il controllo del traffico di droga, un giro da 25 miliardi di dollari che soltanto nel 2008 ha causato più di 5.400 morti. In Italia la cocaina gestita dai narcos messicani arrivava nascosta su piccoli aerei commerciali o in container che viaggiavano a bordo di navi. I pagamenti venivano effettuati con il sistema del money transfer attraverso le agenzie Western Union. Più creativo era invece il meccanismo per aggirare i controlli della Dea. Lungo il confine erano state costruite gallerie con ascensori e minirotaie, ma spesso la neve arrivava nel mercato più ricco del mondo grazie a semisommergibili, motoscafi e piccoli jet intestati a prestanomi.
Il sogno dei narcos messicani era quello di conquistare il mercato europeo, dove il consumo di cocaina è in crescita, rispetto a quello calante degli Stati Uniti. E per sbarcare in Europa avevano bisogno della 'ndrangheta, "gente tosta di cui ci possiamo fidare", come facevano notare nelle loro conversazioni, ignari delle cimici che ne registravano anche i sospiri. Gente tosta come la madre di Giulio Schirripa, uno degli arrestati che gestiva una pizzeria nel quartiere Corona di New York e che era in contatto con gli emissari del cartello del Golfo. Le intercettazioni ne fanno un ritratto spietato: "Dovevamo farli a pezzi", diceva la donna riferendosi ad alcuni clienti insolventi. "Come Rambo, dovevamo fare, come Rambo. Perché loro non sanno chi siamo noi".
Per gli investigatori, gli Schirripa facevano parte di un consorzio di famiglie in grado di organizzare grossi carichi di cocaina con profitti enormi che poi venivano investiti in alberghi, ristoranti, imprese, supermercati, ma anche in Borsa, come era successo qualche anno fa in Germania dove altre 'ndrine avevano messo le mani su un grosso pacchetto di quote azionarie della Gazprom, l'azienda monopolista russa del gas.

Come Al Qaeda
"È globale, pervasiva e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda", spiegano i vertici dell'Fbi, citando l'ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia. Nel maggio dello scorso anno, l'amministrazione Bush ha inserito la 'ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, al pari delle più potenti reti terroristiche che finanziano le loro operazioni con il commercio della droga. "Prima erano presenti solo nello Stato di New York e in Florida, ora sono in forte crescita, tanto da costituire una minaccia per la sicurezza nazionale", confermano gli investigatori americani. Sono cresciute nel silenzio, muovendosi sotto traccia, senza mai dare fastidio.

Il boss guerrigliero
Prima di scendere a patti con i messicani, per decenni le 'ndrine hanno collaborato con i cartelli colombiani. Erano gli unici ad avere basi in Colombia. Giorgio Sale, un imprenditore romano, per esempio, trattava direttamente con Salvatore Mancuso, l'ex capo delle Auc, l'Autodefensas Unidas de Colombia, una ciurma di narcos in tuta mimetica. Trattava per conto della 'ndrangheta l'acquisto di droga, occupandosi anche del riciclaggio del denaro sporco in mano ai paramilitari colombiani. "Il giro d'affari era di 7 miliardi di dollari l'anno", ha ammesso Mancuso, il quale, prima di finire in un carcere americano con l'accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, stava progettando di trasferirsi in Italia, il paese dal quale era emigrato il padre, originario di Sapri, in provincia di Salerno. In una conversazione intercettata dalla polizia italiana, Sale parla di una ingente somma di denaro che Mancuso era andato a ritirare: "1.800 milioni (...) la prima tranche del cinquanta per cento". Soldi, montagne di soldi, destinati a diventare villaggi turistici, soprattutto in Toscana, attività imprenditoriali pulite, ma che servivano anche per acquistare un palazzo che si affaccia sui giardini del papa.


L'ultima frontiera
"Oggi il problema della 'ndrangheta non è quello di fare soldi, ma di giustificarne la ricchezza", spiega il tenente colonnello del Raggruppamento speciale operativo (Ros) dei carabinieri Valerio Giardina, l'uomo che ha catturato Pasquale Condello, detto 'il Supremo', uno dei boss più potenti della 'ndrangheta. Condello leggeva Gabriel García Márquez e cenava con ostriche e champagne. Nell'appartamento dove è stato arrestato, dopo vent'anni di latitanza, gli uomini del Ros hanno trovato un manuale del 'Sole 24 Ore', una sorta di vademecum su come e dove investire senza rischi. Perché i capi dei calabresi sono tradizionalisti in casa e innovatori nell'intuire le potenzialità all'estero. Dopo le Americhe, l'Oceania, l'Europa e l'Asia, l'Africa è diventata la nuova Tortuga, l'ultimo tassello nel risiko delle 'ndrine, l'unica vera mafia veramente globalizzata.
Dopo i diamanti, la 'ndrangheta ha messo gli occhi sul coltan, il preziosissimo minerale che serve ad ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione: un elemento fondamentale per i telefonini. Per convincere i miliziani congolesi è bastato un carico di armi. "Por la plata lo que sea", come dicono in Colombia. Per i soldi qualunque cosa.

martedì 3 marzo 2009

Oggi immigrato domani clandestino

Fonte: Espresso.it
di Fabrizio Gatti

Licenziati grazie a un raggiro. Lasciati a casa senza tutele. Migliaia di lavoratori stranieri restano senza stipendio. E non possono rinnovare i permessi di soggiorno. Una situazione esplosiva

Bastano poche parole per far fuori un immigrato: "Non c'è lavoro, stai a casa qualche giorno". Al momento sembra una richiesta legittima. Invece è lo stratagemma con cui molte aziende del Nord stanno tagliando sul costo del personale. Dopo tre giorni scatta il licenziamento per assenza ingiustificata. E quando il malcapitato se ne accorge, è troppo tardi.

In provincia di Venezia una ditta ha messo in ferie i dipendenti. Tra loro una ragazza ucraina: dopo quasi tre mesi senza stipendio, la ragazza decide di dare le dimissioni per cercare un'altra assunzione. Ma quando va a ritirare la liquidazione, scopre che ha perso arretrati e Tfr. Sull'ultima busta paga c'è scritto che ha consumato più giorni di ferie di quanti ne aveva maturati e ora è lei a dover pagare 980 euro al suo ex datore di lavoro.
Nelle pieghe del crack mondiale si nasconde un'Italia vigliacca.Imprenditori grandi e piccoli che hanno fatto fortuna e che adesso si sbarazzano degli stranieri come fossero macchine usate.La legge sull'immigrazione sembra fatta apposta: senza contratto di lavoro valido, il permesso di soggiorno può essere rinnovato solo per sei mesi.Poi, da un giorno all'altro, si diventa clandestini.
E poiché la crisi durerà più di sei mesi, secondo le organizzazioni sindacali lo scenario è spaventoso: migliaia di immigrati perderanno lo stipendio, l'opportunità di trovare un altro posto in regola, la possibilità di rinnovare l'affitto o di pagare il mutuo per la casa, il diritto di iscrivere o mantenere i figli a scuola, la garanzia per tutti i familiari di curarsi nelle mani di medici autorizzati a denunciare la loro presenza alla polizia.
Centinaia di romeni, polacchi, senegalesi, indiani e bengalesi stanno progettando di tornare nei loro paesi. Qualcuno è già partito, perdendo così anni di contributi Inps versati. Altri hanno mandato indietro moglie e bambini, preparandosi al peggio. Perdiamo i migliori, ci teniamo i criminali.
Il rischio riguarda anche le aziende, e sono la maggior parte, che rispettano le norme. È solo questione di tempo. Scaduti i termini della cassa integrazione e dei sussidi di mobilità, altri lavoratori stranieri si troveranno nella stessa condizione: andarsene dall'Italia con le famiglie e i figli che spesso parlano soltanto italiano, oppure diventare clandestini.

Una bomba a orologeria che riguarda tutti i quattro milioni di stranieri regolari, il 6,7 per cento della popolazione. Perché nessuno può ancora prevedere con certezza dove colpirà la crisi e quanti resteranno disoccupati.
Comunque la si prenda, il pericolo di tensioni tra italiani e immigrati è alto.

In provincia di Treviso un imprenditore con meno di 15 dipendenti ha trattenuto le operaie romene, più convenienti, e ha licenziato le colleghe italiane. Donne messe a casa dopo la pausa di Natale. E adesso per loro la disoccupazione è colpa degli stranieri che rubano lavoro ai veneti.

Ad Alà dei Sardi, in provincia di Sassari, un commando di otto persone qualche sera fa ha assaltato una casa abitata da romeni. Il gruppo ha minacciato una donna puntandole un coltello alla gola, picchiato due connazionali e devastato l'appartamento. Negli ultimi anni gli operai della Romania hanno sostituito i sardi che trovavano poco redditizio e troppo faticoso lavorare nelle cave della zona.
Quando i clandestini in Svizzera parlavano italiano, lo scrittore Max Frisch pronunciò una celebre frase: "Volevamo braccia, sono arrivati uomini".

Anche la nostra legge sull'immigrazione considera gli immigrati soltanto come lavoratori e non come nuovi cittadini. La Bossi-Fini è stata approvata nel 2002 in una fase economica di crescita. E davanti alla crisi è già un ferrovecchio. Non solo il rilascio, ma anche il rinnovo del permesso di soggiorno è infatti sempre vincolato all'esistenza di un reddito.
Una condizione che ha creato due categorie di persone. Un italiano può rimanere disoccupato a lungo, rifiutare le offerte di lavoro che considera non adeguate alla sua formazione o accettare contratti a breve termine.

Uno straniero in fase di rinnovo del permesso, documento che scade ogni uno o due anni, deve trovare un'assunzione entro sei mesi e possibilmente a tempo indeterminato. Altrimenti è costretto ad andarsene. Oppure a nascondersi.

Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha dichiarato che contro i clandestini bisogna essere "cattivi". Ma con la prospettiva di migliaia di lavoratori ridotti alla clandestinità, più che la cattiveria serviranno piani intelligenti o ammortizzatori sociali accessibili a tutti. E al momento, a parte la legalizzazione delle ronde, l'imposizione di una tassa di 200 euro e l'autorizzazione per i medici di denunciare gli irregolari, di progetti non se ne vedono.
A rischio sono anche gli stranieri con la carta di soggiorno, documento rilasciato con qualche difficoltà dopo oltre cinque anni di permesso e di lavoro regolare.

"Anche per il rinnovo della carta di soggiorno", spiega l'avvocato Domenico Tambasco di Milano, "devono essere rispettate tre condizioni: idoneità alloggiativa, reddito e assenza di condanne penali per reati che prevedono l'arresto. Se solo una di queste condizioni non è rispettata, la carta di soggiorno viene revocata e sostituita con un permesso di soggiorno temporaneo".
Ad Arzignano, provincia di Vicenza, l'immigrazione ha salvato le concerie.

Invece di delocalizzare le fabbriche all'estero, gli imprenditori della zona hanno chiamato manodopera straniera. Arzignano è un famoso modello di convivenza e convenienza: solo il 42,8 per cento degli oltre 10 mila 800 addetti nel settore pelle e cuoio è italiano, il 33,2 per cento arriva da paesi dell'Unione europea, il 24 da Stati extra Ue.
La crisi qui è cominciata nel 2007 con un aumento del 10,5 per cento delle ore di cassa integrazione rispetto al 2006 e del 227,6 per cento rispetto al 2002, anno di approvazione della Bossi-Fini. Dal 2002 al 2007 il settore ha perso 1.022 posti di lavoro. Idris Ouem, 58 anni, ex operaio in una conceria, arrivato dal Burkina Faso, è disoccupato dal 21 dicembre 2007. Per colpa dei ritardi del ministero dell'Interno nel rinnovo dei permessi, gli è sfuggita un'occasione di lavoro e ora è quasi un clandestino.
"Io ho famiglia e tre figli che vanno a scuola al mio paese. Ad Arzignano viviamo in tre in una stanza. Lavoravo nella conceria da nove anni. Sono arrivato in Italia nel '93. L'estate scorsa sono andato a Foggia a raccogliere pomodori. Poi sono tornato qua".
Come ci si procura da mangiare? "Si va in cerca da amici. Quello che lavora aiuta. Un euro, due euro, qualche euro".

Il permesso di soggiorno? "È scaduto nel novembre 2007, quando ancora lavoravo. Ho presentato la domanda alla questura di Vicenza. Dal 2007 non è ancora pronto. E ora che non lavoro la questura mi ha detto: porta la dichiarazione di lavoro e le buste paga.

Nel novembre 2007, quando lavoravo, le avevo già consegnate. Mi hanno detto: prima trovi lavoro e poi tu vieni. Io sono andato in una ditta, lì c'era lavoro. Mi hanno detto: prima porti il permesso di soggiorno. Allora come facciamo?". Tornare in Africa a 58 anni senza permesso rinnovato significa, per Idris Ouem, tagliare per sempre i legami con l'Europa. E perdere i contributi versati all'Inps dal 1993 al 2007.
I primi a soffrire la crisi sono anche i lavoratori con contratti a termine, assunti attraverso le agenzie di collocamento. Come Youssuf Oura, 45 anni, burkinabé, operaio metalmeccanico in Italia dal 2001, disoccupato dal luglio 2008, contratti di anno in anno, assunzione con un'agenzia, 800 euro al mese, otto ore al giorno, moglie e tre figli in Africa. Quando scade il contratto, né il suo principale, né all'agenzia gli spiegano che può chiedere il sussidio di disoccupazione. E quando scopre che può ottenerlo, sono passati tre mesi: allo sportello Inps gli dicono che ormai è tardi.
Gianfranco Refosco, sindacalista della Cisl, è responsabile dello sportello chimici ad Arzignano, ogni pomeriggio una coda di stranieri in corridoio e qualche italiano in cerca di aiuto, consigli, assistenza legale: "Con la crisi finanziaria si è aggravata la crisi del settore, che qui già c'era da un paio d'anni. Perché c'è un calo di consumi dei prodotti in pelle. Ma non siamo di fronte a una delocalizzazione. Queste sono aziende che perdono fatturato, perdono lavoro. È ancora più drammatico, perché gli stessi imprenditori questa crisi non sanno come gestirla. E i primi che pagano sono gli immigrati. Ci sono stranieri che hanno fatto il doppio investimento di far venire qui la famiglia e di comprarsi la casa. Adesso si trovano in condizioni insostenibili".

Islam Saiful, 37 anni, 15 in Italia, ex domestico, ex cameriere, ex calzolaio, ex fiorista, ex cuoco, ex metalmeccanico, ex operaio in subappalto in Fincantieri a Marghera per una ditta fallita, è disoccupato da un anno e mezzo. Saiful, che parla bene l'italiano, accompagna quasi ogni giorno alla Cgil di Mestre connazionali che sono stati truffati dal datore di lavoro.
"Ho sempre lavorato con contratti di tre, quattro mesi", racconta Saiful: "Ho tre figli nati in Italia, due gemelli di otto anni e una figlia di sette mesi. Mia moglie segue la famiglia. In questo momento mi aiuta mio cognato, che ancora lavora. E qualcosa l'assistenza sociale. La situazione degli immigrati nella zona di Mestre è un disastro. I paesani che sono arrivati in Italia per primi aiutano gli altri. Tutte le famiglie ospitano almeno un disoccupato. Ci sono stranieri che piangono perché non possono mandare soldi a casa. E c'è qualcuno che addirittura si fa spedire soldi dal Bangladesh per sopravvivere qui. Molti amici stanno rimandando indietro moglie e figli. Anch'io ci sto pensando".
La solidarietà tra connazionali è l'unico aiuto. Ma cosa succede se la catena si inceppa? "È una bomba a orologeria il cui timer è ormai innescato", dice Leonardo Menegotto, giovane direttore dell'ufficio stranieri della Cgil di Venezia: "Tra qualche mese persone che erano in Italia regolari da molti anni, improvvisamente si ritroveranno irregolari. Persone che ormai non avranno più una vita nel paese di provenienza e neanche in Italia. Mi chiedo, che cosa faranno?".
Proprio a Venezia e in provincia sono stati denunciati i casi di immigrati licenziati con lo stratagemma dell'assenza ingiustificata. Operai bengalesi, badanti moldave, muratori e autisti nordafricani: da gennaio almeno un caso al giorno. "Sono persone che a volte fanno fatica a capire l'italiano", spiega Menegotto: "Viene detto loro: vai a casa, aspetta la chiamata. Così vanno a casa e dopo tre giorni di assenza il datore di lavoro si è procurato il pretesto per licenziarli".
Rallenta la macchina economica anche in provincia di Treviso. Pur mantenendo il tasso di disoccupazione al 4,5 per cento, tra i più bassi in Italia. Nel 2008 sono stati persi 3.800 posti di lavoro. Oltre 15 mila i disoccupati iscritti ai centri per l'impiego: il 30 per cento sono stranieri. Gli immigrati regolari in provincia sono 87 mila su 850 mila abitanti, il 10,23 per cento. E non va meglio nel Nord-ovest e nel Lazio. Qui sono soprattutto romeni e polacchi a far le valige.

"La motivazione principale del controesodo è economica", spiega Fabio Rizzo, 28 anni, amministratore di forum su Internet per la comunità romena: "Meglio vivere la crisi in Romania che in altri paesi. Anche perché vivere in Italia richiede che entrambe i partner lavorino e diventa difficile avere tempo e abbastanza soldi per crescere un figlio. Molto più facile avere un bimbo in Romania. Molti vanno a svolgere l'attività che già svolgevano in Italia. Adesso non più da dipendenti, ma da imprenditori grazie ai risparmi accumulati".
Oana, 31 anni, dieci passati a Torino, ha lavorato e frequentato i corsi della Regione: contabilità, informatica, web-marketing e web-design. In Italia era arrivata con il fidanzato. Sono tornati insieme, hanno avviato un'impresa di pulizie e realizzano siti Internet. Ora aspettano un bimbo.
Francesca, 29 anni, impiegata italiana a Firenze, tra pochi mesi seguirà il fidanzato romeno che dopo tre anni in Italia ha vinto un concorso pubblico a Bucarest. Daniel è tornato in Romania nel giugno 2008: con la sua laurea in chimica e un diploma da programmatore ottenuto a Torino non riusciva a spuntare più di 800 euro al mese e i soliti contratti a termine. In Romania adesso Daniel guadagna l'equivalente di 1.300 euro.
Sul forum di Fabio Rizzo è apparso anche il post di Dagmar, 44 anni, tedesca: "Sono in Italia da 26 anni. Fino a qualche mese fa non stavo pensando di partire così presto. Più della crisi", scrive Dagmar, "è proprio il clima razzista e sempre più negativo in Italia a farci pensare di levare le tende. Sono libera professionista. Non farò più progetti in Italia, li farò in Germania e in Romania".

Camorra, blitz contro 20 persone scoperto patto con la 'ndrangheta

Fonte: Repubblica.it

Accordo per il rifornimento di droga con gli Strangio,
una delle famiglie di San Luca
Camorra, blitz contro 20 persone scoperto patto con la 'ndrangheta

Blitz anticamorra in provincia di Napoli, condotto dai carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Una ventina le ordinanze di custodia in carcere al termine di un'inchiesta che ha messo in luce un accordo con la 'ndrangheta calabrese per lo spaccio di droga.
Le indagini, svolte su episodi che si sono verificati tra il 2004 e il 2005, hanno consentito di accertare le attività di più gruppi criminali, in collegamento tra loro, tra cui il clan 'Verde', capeggiato da Francesco Verde, detto ''o Negus', (ucciso in un agguato di camorra nel dicembre del 2007), attivo a Sant'Antimo, e i clan 'Spenuso' (legato anche al gruppo dei Casalesi) e 'Marrazzo', referenti per i Verde nei comuni di Grumo Nevano e Casandrino.
Oggetto dell'indagine, anche le attività del clan 'Aversano' (capeggiato da Vincenzo Aversano, soprannominato 'Zig-zag') attivo a Grumo Nevano, in contrapposizione agli 'Spenuso'. Accertate inoltre estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori di Sant'Antimo e Casandrino. Le indagini hanno consentito di identificare alcuni canali di riciclaggio dei proventi delle attività criminali dei clan.
In particolare, i carabinieri hanno disarticolato la piazza di spaccio di droga di Grumo Nevano nel parco 'Ice Snei' ed hanno individuato il canale di approvvigionamento, che giungeva in Italia seguendo la rotta attraverso la Spagna, il Belgio e l'Olanda, con il coinvolgimento di trafficanti napoletani e calabresi residenti a Bruxelles e appartenenti alla famiglia mafiosa calabrese degli Strangio.

Miracolo alla buvette dei senatori i prezzi "politici" calano del 20%

Fonte:Repubblica.it

Appalto unificato ristorante-bar e la ditta ritocca il listino
I prezzi scendono del 20%, il caffè a quaranta centesimi

I questori: sul bilancio effetto zero. I servizi di risto-razione nel 2008 sono costati quasi un milione e mezzo di euro

ROMA - La pasta al ragù di ieri dicono fosse ben condita e cotta al punto giusto. E pagarla 1,50 centesimi anziché 1,80 l'ha resa ancora più buona. Carne tenerissima e speziata come si deve per il roast beef servito per secondo. Due euro e non più 2,50. E che dire del caffè? Precipitato a 42 centesimi anziché i 50 pagati fino a venerdì scorso (e che nel famoso bar accanto Palazzo Madama vola a 1 euro per i comuni mortali). Da oggi, quando come ogni martedì torneranno al lavoro dal lungo weekend, i 315 senatori si imbatteranno nella novità che di questi tempi vale doppio: sconto del 20% per tutti i prodotti serviti in buvette.
Sì, la novità è quella: dentro il palazzo che è stato dei Medici e di Margherita d'Austria e che ospita uno dei due rami del Parlamento, a differenza di quanto accade fuori e a dispetto delle indennità complessiva da 14 mila euro dei suoi inquilini - i prezzi da ieri mattina anziché aumentare sono diminuiti. Svolta che matura nel giorno in cui crollano le borse, vengono ufficializzati il tracollo del pil 2008 e l'inflazione all'1,6%, insomma fa un certo effetto. Ma va pure detto che al "miracolo" del Senato non corrisponderà un aggravio per le casse pubbliche.
L'aggiornamento al contrario del prezziario, si affrettano a precisare i senatori questori, è dovuto all'avvicendamento nella gestione della buvette. Infatti, da ieri è subentrata alla vecchia ditta quella stessa multinazionale "Compass group" che già gestiva da 15 anni il ristorante dei senatori. Prezzi "politici" anche lì, com'è noto, fermi però da qualche tempo.
Invece, al bar del primo piano di fronte l'aula, accessibile solo a senatori, funzionari e giornalisti, tac, si taglia di un quinto. Mantenendo ferma per il momento la voce di spesa del bilancio di Palazzo Madama, che per la voce "ristorazione dei senatori" nel 2008 ha comportato un esborso da 1 milione 427 mila euro.
"No, la crisi con le riduzione non c'entra. Abbiamo affidato per cinque mesi la gestione a una società che garantiva il medesimo servizio con costi ridotti - spiega il questore Benedetto Adragna (Pd) - C'è già un bando di gara che tra poco tempo ci consentirà di affidare tutti i servizi di ristorazione al medesimo soggetto, con un notevole risparmio". In attesa, subentra la Compass group. "La nostra è una multinazionale, sia chiaro - precisa il direttore del ristorante e della buvette, Giovanni Moralli - e grazie a una serie di economie interne, grazie alle cucine del ristorante di cui già disponiamo nell'edificio, abbiamo potuto garantire l'ulteriore sconto sui prezzi. Partecipiamo alla gara e speriamo dunque di restare".
Il ribasso è minimo ma si nota, considerate le cifre già modeste. Elenca il direttore, giusto per farsi un'idea: una spremuta da 1,20 euro a 92 centesimi; panino col prosciutto da 1,50 a 1,17; il tramezzino da 1,20 euro a 96 centesimi; il cappuccino da 0,70 a 58; il the con fette biscottate, gettonatissimo al pomeriggio dalle onorevoli senatrici, da 1 euro a 84 centesimi. E poi tutto giù del 20%, appunto, il liquore come l'aperitivo a 0,93, il pasticcino a 0,46, la birra a 1,60.
"La cosa veramente scandalosa è che noi, al bar dei dipendenti al piano di sotto, riservato ai lavoratori, pagheremo adesso di più" lamentava un impiegato ieri pomeriggio sventolando tanto di scontrino. Poca cosa in più: la spremuta giù costa 1,10 euro, il cappuccino 0,60, roba di pochi centesimi, ma è il segnale che a loro no va.
"Diciamo la verità, non sono quei pochi centesimi che d'ora in poi risparmieremo che cambieranno la vita di noi senatori - prova a minimizzare una vecchia guardia come Carlo Vizzini (Pdl), presidente della commissione Affari costituzionali - Chi mangia in buvette, contrariamente a quanto si pensa fuori, è un disperato come me, che mangia sempre in piedi come un cavallo perché non ha il tempo di sedere al ristorante. Detto questo, certo, è un'operazione virtuosa a costo zero per il Senato che rischia però di avere un pessimo impatto all'esterno. Si ritirerà fuori la storia della casta. Il momento magari non era dei migliori, ma conta il fatto che sia a costo zero".
Sorpreso il dipietrista Francesco "Pancho" Pardi. "Ma sul serio hanno tagliato i prezzi? Ma erano già bassi! Non è che ne avessimo bisogno, inviterei i vertici del Senato a risparmiare, sì, ma in settori più strategici che non a vantaggio della nostra pausa caffè".