lunedì 29 dicembre 2008

I furbetti vivono ai piani alti

Fonte: Espresso.it di Ferruccio Fabrizio

Resort in Costiera, terrazze a Posillipo, ville a Ischia. Di proprietà di medici, avvocati, imprenditori. I nuovi professionisti del mattone selvaggio in Campania
Sono i professionisti dell'abuso edilizio, perché stanno ai piani alti: il dirigente e il primario, l'avvocato e l'ingegnere, l'imprenditore e il prelato. L'altra faccia di una cultura dell'illegalità, dove la camorra non c'entra: un pezzo di società mondana che confeziona l'abuso come un vanto e gode spesso di complicità istituzionali. Che sbanca costoni e tira su verande, solai, piscine e box auto. O azzarda persino la costruzione di ville e resort. Tutto sotto il sole, tutto fuorilegge. Da Napoli a Sorrento, da Positano a Ischia. Peccati di serie B in una regione, la Campania, dove la criminalità organizzata controlla larga parte del territorio? No, perché secondo il comandante provinciale dei carabinieri Gaetano Maruccia "l'abusivismo uccide più della camorra".
I furbetti del mattone oltre a essere ricchi, sono ambiziosi.
Come Vincenzo Acampora, 62 anni, il più grosso imprenditore alberghiero della Penisola sorrentina, proprietario di una catena di hotel di lusso. Un giorno decide di sbancare. E lo fa davvero. Compra un terreno di 15 mila metri quadri e taglia via un intero pezzo di costone che da Massa Lubrense, un comune dove la malavita praticamente non esiste, guarda Capri. Con la società Avi srl, Acampora scava dentro la costa e diventa intanto proprietario di un resort extralusso.
Per far posto a un balcone sparisce persino la merlatura di un fortino spagnolo del Cinquecento. La Procura di Torre Annunziata che ha sequestrato l'area, oggi gli contesta il delitto di "crollo colposo": quel litorale roccioso, intoccabile, per le leggi sulla tutela ambientale, stava venendo giù. Acampora non disponeva di alcuna autorizzazione. E non si è mai voluto far interrogare. Il suo è uno dei 4.500 fascicoli sugli abusi edilizi aperti ogni anno dai quattro pm di Torre Annunziata: illeciti che in buona parte riguardano i colletti bianchi.
"Tutti gridano alla camorra, ma nella Costiera amalfitana siamo invasi da reati commessi dalla media e alta borghesia", tuona il procuratore generale Diego Marmo: "Per questi professionisti che si sentono 'persone perbene', ormai l'abusivismo è un vanto. Se riescono a farla franca e a tirare su una villa panoramica, si sentono ammirati come furbi che ci hanno saputo fare".
Esiste un patto contro i cantieri illeciti che prevede un'intesa con tutti i comandi della polizia municipale, ma spesso questi forniscono indicazioni a dir poco parziali. Così a far scattare le inchieste sono soprattutto le segnalazioni di Legambiente, del Wwf o del turista occasionale. Come la bagnante che ad agosto si è accorta di nuotare tra i rifiuti di un ristorante, a Massa Lubrense. A sversare a mare era la cucina di Capitan Cook, lido balneare che - secondo gli atti dell'indagine - l'avvocato penalista Bernardo Lombardi aveva costruito su terreni protetti e intestati all'Istituto Interdiocesiano per il sostentamento del clero di Castellammare di Stabia.
Il 22 agosto sono scattati i sigilli. Scandalo chiuso? No, i sigilli sono stati violati il giorno dopo. Lo stabilimento era lì da dieci anni, con misure di sicurezza zero, fili elettrici penzolanti sopra la testa degli oltre 200 avventori. Ma nessuno ha mai denunciato nulla. Così sotto indagine per omessi controlli è finito il sindaco di Massa Gargiulo Leone e il corpo dei vigili urbani.
A Napoli l'ufficio Antiabusivismo della polizia municipale "è il migliore della città", secondo il comandante colonnello Antonio Baldi. Che solleva un caso: "Negli ultimi otto anni ci sono state solo cento demolizioni, mentre all'inizio con il sindaco Bassolino in cinque anni sono state 427 e non abbiamo risparmiato santuari della camorra, come la villa bunker del boss Rinaldi, o della ristorazione come La Cantinella. Per buttare giù il gazebo del ristorante Zi Tore presi pure una legnata in testa".
Le ruspe nelle strade di prestigio non si vedono mai. Posillipo, per esempio, è la collina nobile della città. Solo in via Scipione Capece (un tempo residenza di Maradona), negli ultimi dieci anni almeno 20 famiglie hanno commesso reati edilizi. In questi giorni il Comune ha messo in vendita il Circolo Posillipo, associazione non riconosciuta presieduta da Antonino Mazzone, ex deputato di An. Il Comune vorrebbe cederlo per 23 milioni, ma per ora si accontenta di un canone mensile di 5 mila euro.
Baldi intanto ha mandato a fine agosto i suoi vigili a mettere i sigilli a una tendostruttura, due tettoie in legno, un vano e una scala. Caso da manuale poi quello dei nobili Capece Minutolo Del Sasso, ramo principale della famiglia che realizzò il Duomo, di cui sono documentati 25 anni di scempi a Villa Gallotti, affresco stravincolato che degrada sul mare vicino alla residenza del capo dello Stato, Villa Rosebery: colonne demolite, decorazioni cancellate, opere abusive persino "in totale difformità dalla sanatoria".
Baldi ci ride su: "A Posillipo ogni tre giorni c'è un abuso, quasi tutti ci provano con un soppalco, un solaio, un box auto nel tufo. Chi costruisce abusivamente a 1.500 euro al metro quadro si ritrova un tesoro da 25 mila euro...". Le denunce? Chi ha i soldi punta ad arrivare fino in Cassazione e quasi sempre si gode la prescrizione che le annulla.Una corsa contro il tempo per il procuratore aggiunto Aldo De Chiara. Principale campo di battaglia, Ischia. Abusiva quasi per intero: perfino un'ala del tribunale è fuorilegge. Finita l'estate i traghetti si svuotano di vacanzieri e si riempiono di piccoli tir carichi di mattoni e laterizi che fanno la spola con l'isola, secondo un rapporto dei carabinieri.
Un'isola felice, insomma, dove non si riesce ad abbattere nulla, tranne le sentenze di demolizione: ben 140 ordinate dalla Procura di Napoli sono state bloccate dal giudice monocratico.
Un'isola che sembra vivere di leggi proprie.
"Gli isolani si sono inventati il permesso di costruire in sanatoria con procedure di rilascio semplificato", allarga le braccia il pm Antonio D'Alessio, "ben sapendo che l'isola è tutta vincolata. Chi ha fatto abusi punta in questo modo a completare l'opera".
Così è spuntato l'ultimo 'mostro' a Forio, un albergo di sette piani (sequestrato). Nella regione che viaggia alla media di 6 mila case abusive l'anno, Luigi Iovine sta ancora cercando un appartamento. Anzi, l'aveva trovato, ma poi ha rifiutato di entrarci quando si è accorto che era stato edificato abusivamente da chi avrebbe cercato di venderglielo con documenti fasulli: la Del Vecchio Costruzioni spa, società dell'ingegner Corrado Ferlaino.
Iovine è finito in mezzo alla strada con la moglie e i tre figli. La sua odissea giudiziaria, oggi approdata in Cassazione, comincia negli anni '90 a Casalnuovo, dove le Opere di religione dell'Arcidiocesi di Napoli e l'Arciconfraternita dei Pellegrini autorizzano la Del Vecchio a costruire 135 appartamenti sui loro terreni agricoli.
"Un centinaio di case furono promesse a privati mentre erano in costruzione e poi vendute con l'aiuto di notai compiacenti. Uno di quei privati sono io". Iovine versa 70 milioni di lire di caparra, ma quando si accorge che le documentazioni catastali risultano irregolari, rifiuta di firmare il rogito. "Invece dei documenti che provassero la legalità della vendita, ho ricevuto offese e minacce". Le indagini penali sono presto archiviate, mentre la sentenza civile del Tribunale di Napoli del 2004, nonostante perizie e atti processuali rivelino gli abusi, 'assolve' i lavori.
Iovine denuncia notai e ingegneri. Nel 2008, dopo 15 anni, è un pm della Procura di Nola, Francesco Raffaele, ad accertare che nel depositare l'istanza di condono dei 135 immobili fu dichiarato il falso.

giovedì 25 dicembre 2008

Due bombe devastano un ex ristorante a Ghirla

Fonte: VareseNews.it

Ghirla - Il locale aveva chiuso i battenti per i debiti dell'ultima gestione. I malviventi hanno sfondato una porta e posizionato gli ordigni su due piani

L'ombra della malavita sulla provincia. Due esplosioni hanno devastato il locale "I Pescatori" di Ghirla, un ristorante pub chiuso da un anno mezzo, preso di mira alle 19 e 15 della vigilia di natale. Le esplosioni sono state causate da due ordigni, posizionati al primo e al secondo piano dello stabile, nei pressi della provinciale, di fronte la lago del piccolo comune.
Secondo una prima ricostruzione, uno e due persone sono penetrate nel locale, approfittando del buio e della mancanza di illuminazione pubblica in quel punto. Hanno divelto la porta al piano superiore con un piede di porco, poi sono entrati e hanno posizionato due ordigni a secco, azionati da polvere nera, e con una miccia di innesco. Si tratta di piccoli ordigni paragonabili alle "bombe di maradona" utilizzate negli spettacoli pirotecnici, ma che accesi in un ambiente abitabile, provocano una vera e propria devastazione.
Il locale, in effetti, è stato completamente distrutto. I vetri della porta e delle finestre sono stati scaraventati a decine di metri di distanza, mentre all'interno, tavoli e sedie, sono stati rivoltati e spaccati, con alcuni crolli nel sottotetto e nelle scale.
I vigili del fuoco hanno ispezionato a lungo lo stabile mettendo in sicurezza le strutture, mentre i rilievi sono stati effettuati dal nucleo investigativo dei carabinieri di Varese. I militari hanno ascoltato alcuni vicini di casa.
Il locale era stato chiuso perchè l'ultima gestione era terminata con parecchi debiti. I propretari milanesi dell'immobile (indipendenti dall'ultima gestione deficitaria) stavano valutando il da farsi, e avevano deciso di prendere tempo. I carabineri stanno ora ricostruendo le ultime vicissitudini del ristorante, ma pare che si stiano già delineando alcune piste investigative interessanti.

mercoledì 24 dicembre 2008

"Le intercettazioni servono al pm come il bisturi al chirurgo"

Fonte: Repubblica.it
Il leader dell'Italia dei Valori torna sull'inchiesta che ha sfiorato la sua famiglia
"Se lo accusano per quella telefonata bisogna recintare tutta Italia"
Di Pietro difende il figlio Cristiano "Nulla di penalmente rilevante"

ROMA - Cristiano Di Pietro non ha fatto nulla di diverso da quanto fanno la maggior parte degli italiani. Nelle telefonate finite sotto la lente degli inquirenti che indagano sugli affari sospetti dell'imprenditore Alfredo Romeo si è limitato dire "che a Bologna ci sono dei bravissimi professionisti che conosce e se ce ne è bisogno si possono dare dei lavori a loro".
Parola di Antonio Di Pietro, tornato oggi in un'intervista a Sky Tg24 sulla vicenda giudiziaria che ha sfiorato il figlio Cristiano, per ribadire che "se questo venisse considerato un fatto penalmente rilevante dovremmo mettere il recinto intorno a tutto il Paese".
"Un buon padre - sostiene il leader dell'Italia del Valori - non può far finta di non vedere se una certa cosa riguarda il figlio. Il mio non ha fatto niente di penalmente rilevante e se vogliamo niente da rimproverargli chissà cosa".
"E' un consigliere provinciale - aggiunge - che ricordava al Provveditore della Repubblica la necessità di ultimare la costruzione di alcune caserme dei Carabinieri e fin qui mi sembra che abbia fatto una cosa doverosa di cui sono orgoglioso.
Poi però - prosegue - ha anche detto in un paio di telefonate che a Bologna ci sono dei bravissimi professionisti che conosce e se ce ne è bisogno si possono dare dei lavori a loro. Se questo venisse considerato un fatto penalmente rilevante dovremmo mettere il recinto intorno a tutto il Paese". Che le intercettazioni possano essere usate per creare polverone attorno a una persona innocente secondo Di Pietro non è però motivo sufficiente per ridurne il ricorso, come vorrebbe la riforma proposta da Silvio Berlusconi. "Le intercettazioni - spiega l'ex pm - stanno all'attività giudiziaria come il bisturi alla sala operatoria: sono strumenti utili e necessari. Io sono contrario alla loro limitazione e sono anche convinto che debbano essere pubblicate".
"La colpa di ciò che sta accadendo sul fronte della giustizia - precisa ancora Di Pietro - non è né dei magistrati che fanno le indagini, né dei giornali che pubblicano le intercettazioni. La colpa è dei parlamentari che non si decidono a fare una legge che stabilisca di non candidare più i condannati, di non consentire a chi è stato rinviato a giudizio per reati gravi di fare l'amministratore pubblico e di non permettere più alle imprese con rappresentanti legali che sono stati condannati di partecipare alle gare di appalto. Basterebbe questa semplice legge per avere un ricambio generazionale in Parlamento e nel sistema delle imprese".
"Per il Paese - sottolinea ancora il leader dell'Idv - la vera emergenza non è solo la giustizia in senso lato, ma la giustizia sociale".
Il governo, prosegue Di Pietro "si decida e, invece, di togliere ai poveri per dare ai ricchi, cerchi di togliere agli evasori fiscali, che sono aumentati, per sostenere, invece, il reddito di chi rimane senza lavoro e di chi non sbarca il lunario pur avendocelo, a partire dall'incremento del fondo per gli ammortizzatori sociali. Vedrà che su questa strada a collaborare, per una volta, troverà anche l'Italia dei valori".


La mia opinione su questa vicenda è incerta: se da una parte il leader dell'Italia dei Valori si propone come modello risolutore dei problemi che affliggono la giustizia italiana dall'altro c'è un figlio, consigliere provinciale (ma l'IdV non voleva eliminare le province?), che garantisce appalti a professionisti di Bologna.
Che siano "professionisti o amici" però è tutto da vedere....

martedì 16 dicembre 2008

Tangenti, arrestato ad di Total Italia. Chiesti i domiciliari per deputato Pd

Fonte:Repubblica.it
L'inchiesta dei pm di Potenza sugli appalti per l'estrazione del petrolio in Basilicata
Secondo l'accusa, l'onorevole avrebbe favorito una cordata di imprenditori
Per il parlamentare Margiotta la misura deve essere autorizzata dalla Camera
La reazione del politico: "Stupore e amarezza enormi. Mi autosospendo dal partito"

ROMA - L'amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta della procura di Potenza per tangenti sugli appalti per l'estrazione del petrolio in Basilicata.
Nella questione è coinvolto anche il deputato del Partito democratico Salvatore Margiotta, per il quale sono stati disposti gli arresti domiciliari. Una misura che, però, potrà essere eseguita solo se la Camera dei deputati darà l'autorizzazione, che è stata richiesta dai magistrati.
Il pm Henry John Woodcock ha chiesto le misure cautelari, disposte dal gip di Potenza Rocco Pavese. Si parla di un patto da 15 milioni di euro tra i dirigenti della Total, società titolare della concessione petrolifera in Basilicata, e gli imprenditori interessati agli appalti per le estrazioni.
E di duecentomila euro sarebbe la somma promessa all'onorevole Margiotta da Francesco Ferrara, uno degli imprenditori coinvolti nell'inchiesta.
Secondo l'accusa, Margiotta avrebbe fatto valere il suo potere e la sua influenza per favorire negli appalti la cordata capeggiata da Ferrara e fare pressioni sui dirigenti della Total.
"Lo stupore e l'amarezza sono enormi; più grande è la certezza di non avere commesso alcun reato". Sono queste le parole di Margiotta poco dopo aver appreso della richiesta di autorizzazione all'esecuzione di arresti domiciliari.
"La verità non potrà che emergere, spero prestissimo", ha aggiunto il deputato, che nel frattempo ha deciso di autosospendersi da tutti gli incarichi di partito a livello nazionale e regionale. "Non voglio che in alcun modo il Pd, partito in cui milito e che amo, sia coinvolto in questa vicenda", ha spiegato.
La custodia in carcere riguarda, oltre all'ad di Total Levha, anche Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto "Tempa Rossa" (così si chiama uno tra i più grandi giacimenti petroliferi della Basilicata), attualmente all'estero; Roberto Pasi, responsabile dell'ufficio di rappresentanza lucano della Total e un suo collaboratore, Roberto Francini. Detenzione in carcere anche per Ferrara e per il sindaco di Gorgoglione (Matera), Ignazio Tornetta, che secondo l'accusa avrebbe ricevuto denaro in contanti e doni, anche "preziosi". Arresti domiciliari, oltre che per Margiotta, anche per altre tre persone. Obbligo di dimora per altri cinque indagati.
I reati contestati, diversi da persona a persona, sono: associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbativa d'asta, corruzione e concussione. Il giudice ha inoltre disposto varie perquisizioni e il sequestro di numerose società.
Per l'arresto di un senatore, a differenza di una persona comune, il Parlamento deve votare per dare l'autorizzazione a procedere della magistratura.
In questo periodo si parla della questione morale, della quale vorrei solo dire che la buonanima di Berlinguer si sta rivoltando nella tomba.
Riporto la votazione del Parlamento per l'autorizzazione alla magistratura per procedere contro il senatore Margiotta, PD .

Votanti 454
Maggioranza 226
Favorevoli 430
Contrari 21*
* i soli deputati dell'Italia dei Valori

Grasso: "Stavano creando una struttura per organizzare 'cose gravi'"

Fonte: Repubblica.it
Novantaquattro fermi tra capi, reggenti e gregari. Ramificazioni anche in Toscana
Mafia, maxi blitz in Sicilia "Volevano rifondare la Cupola"


Dalle prime luci dell'alba i carabinieri del Comando provinciale di Palermo stanno eseguendo 94 fermi nei confronti di capimafia, reggenti di mandamenti e gregari di Cosa nostra, anche in alcune province della Toscana.
Nella maxi operazione, che gli investigatori definiscono "storica", sono impegnati oltre 1200 carabinieri, elicotteri ed unità cinofile.
L'operazione, denominata "Perseo", è il risultato di oltre nove mesi d'indagini, che hanno permesso di decapitare la nuova cupola di Cosa nostra.
"Se con l'operazione Gotha del giugno 2006 Cosa nostra era in ginocchio - commenta il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso - con questa operazione le si è impedito di rialzarsi, recidendo tutte le teste strategicamente pensanti di una nuova struttura di comando che avrebbe dovuto deliberare, come una volta, su 'cose gravi'".
Secondo i magistrati della Dda i mafiosi, insieme a decine di gregari, stavano tentando di ricostruire la "Commissione provinciale" con il progetto più abizioso: riportare in vita l'intera Cupola mafiosa.
In passato la Commissione, guidata da Totò Riina, ha deliberato i fatti di sangue più tragici nella storia di Cosa nostra ed è l'organismo deputato a prendere le decisioni più importanti.
A capo della Commissione è stato posto Benedetto Capizzi, anziano boss di Villagrazia. Attorno a lui alcuni tra i nomi storici di Cosa nostra, da Gerlando Alberti a Gregorio Agrigento di San Giuseppe Jato, da Giovanni Lipari a Gaetano Fidanzati a Salvatore Lombardo, boss di Montelepre che, con i suoi 87 anni, è il più anziano degli arrestati.
Tra i reati contestati, oltre all'associazione per delinquere di stampo mafioso, anche quelli di estorsione, traffico di armi e traffico internazionale di stupefacenti.
L'inchiesta, coordinata dal procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo, e dai sostituti della Dda Maurizio De Lucia, Marzia Sabella, Roberta Buzzolani e Francesco Del Bene, ha subìto nelle ultime settimane un'accelerazione a causa del pericolo di fuga di alcuni degli indagati e per evitare un omicidio, già progettato.
Grazie alle intercettazioni, gli investigatori hanno documentato la decisione dei nuovi boss di procedere al ripristino, a 15 anni di distanza dall'arresto di Totò Riina, della Commissione provinciale. Ma l'inchiesta ha permesso anche di registrare "un'aspra e pericolosa contrapposizione" all'interno di Cosa nostra sulla nomina del futuro capo dell'organismo deputato ad assumere le più gravi decisioni.
"Sono stati ricostruiti - spiegano dal Comando provinciale dei carabinieri di Palermo - gli attuali organigrammi dell'organizzazione mafiosa nel palermitano ed è stata così annientata la direzione strategica". Durante le indagini, il Nucleo radiomobile di Monreale ha acquisito riscontri anche su un traffico internazionale di stupefacenti, confermando in tal modo l'interesse di Cosa nostra nel settore.

lunedì 15 dicembre 2008

Massimo Fini e Marco Travaglio: Il Berlusconismo non è più democrazia

Fonte: Micromega.


Con l’annuncio di Silvio Berlusconi di voler cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza si è giunti al culmine di un’escalation, iniziata tre lustri fa, che porta dritto e di filato a una dittatura di un solo uomo che farebbe invidia a un generale birmano.
Da un punto di vista formale la cosa è legittima. La nostra Carta prevede, all’articolo 138, i meccanismi per modificare le norme costituzionali. Ma farlo a colpi di maggioranza lede i fondamenti stessi della liberal-democrazia che è un sistema nato per tutelare innanzitutto le minoranze (la maggioranza si tutela già da sola) e che, come ricordava Stuart Mill, uno dei padri nobili di questo sistema, deve porre dei limiti al consenso popolare.
Altrimenti col potere assoluto del consenso popolare si potrebbe decidere, legittimamente dal punto di vista formale, che tutti quelli che si chiamano Bianchi vanno fucilati.
Ma la Costituzione non ha abolito la pena di morte? Che importa? Si cambia la Costituzione. Col consenso popolare. Elementare Watson.
Senza contare che a noi la Costituzione del 1948 va bene così, e non si vede un solo motivo per stravolgerla (altra cosa è qualche ritocco sporadico per aggiornarla).
Com’è possibile che in una democrazia si sia giunti a questo punto? Non fermando Berlusconi sul bagnasciuga, permettendogli, passo dopo passo, illiberalità e illegalità sempre più gravi.
Prima il duopolio Rai-Fininvest (poi Mediaset) che è il contrario di un assetto liberal-liberista perché ammazza la concorrenza e in un settore, quello dei media televisivi, che è uno dei gangli vitali di ogni moderna liberaldemocrazia. Poi un colossale conflitto di interessi che si espande dal comparto televisivo a quello editoriale, immobiliare, finanziario, assicurativo e arriva fino al calcio. Quindi le leggi “ad personas”, per salvare gli amici dalle inchieste giudiziarie, “ad personam” per salvare se stesso, il “lodo Alfano”, che ledono un altro dei capisaldi della liberaldemocrazia: l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.
Infine una capillare, costante e devastante campagna di delegittimazione della Magistratura non solo per metterle la mordacchia (che è uno degli obbiettivi, ma non l’unico e nemmeno il principale della cosiddetta riforma costituzionale), ma per instaurare un regime a doppio diritto: impunità sostanziale per “lorsignori”, “tolleranza zero”, senza garanzia alcuna, per i reati di strada, che sono quelli commessi dai poveracci.
Presidente del Consiglio, padrone assoluto del Parlamento e di quei fantocci che sono i presidenti delle due Camere, padrone assoluto del centro-destra, se si eccettua, forse, la Lega, padrone di tre quarti del sistema televisivo, con un Capo dello Stato che assomiglia molto a un Re travicello, Silvio Berlusconi è ormai il padrone assoluto del Paese e si sente, ed è, autorizzato a tutto. Recentemente ha avuto la protervia di accusare le reti televisive nazionali, che pur controlla nella stragrande maggioranza (ieri, in presenza del suo inquietante annuncio, si sono occupate soprattutto della neve), di “insultarlo”, di “denigrarlo”, di essere “disfattiste” (bruttissima parola di fascistica memoria), di parlare troppo della crisi economica e quasi quasi di esserne la causa (mentre lui, il genio dell’economia, non si era accorto, nemmeno dopo il crollo dei “subprime” americani, dell’enorme bolla speculativa in circolazione).
Poi, non contento, ha intimidito i direttori della Stampa e del Corriere (il quale ultimo peraltro se lo merita perché ha quasi sempre avvallato, con troppi silenzi e qualche adesione, tutte le illegalità del berlusconismo) affermando che devono “cambiare mestiere”.
Questa escalation berlusconiana ci spiega la genesi del fascismo, che si affermò non in forza dei fascisti ma per l’opportunismo, la viltà, la complicità (o semplicemente per non aver capito quanto stava succedendo) di tutti coloro che, senza essere fascisti, si adeguarono.
Ma sarebbe ingeneroso paragonare il berlusconismo al fascismo. Ingeneroso per il fascismo. Che aveva perlomeno in testa un’idea, per quanto tragica, di Stato e di Nazione.
Mentre nella testa di Berlusconi c’è solo il suo comico e tragico superego, frammisto ai suoi loschi interessi di bottega.
Una democrazia che non rispetta i suoi presupposti non è più una democrazia. Una democrazia che non rispetta le sue regole fondamentali non può essere rispettata. E a questo punto perché mai il cittadino comune dovrebbe rispettarla invece di mettersi “alla pari” col Presidente del Consiglio?
“A brigante, brigante e mezzo” diceva Sandro Pertini quando lottava contro il totalitarismo. O per finirla in modo più colto: “Se tutto è assurdo”, grida Ivan Karamazov “tutto è permesso”.

Massimo Fini
Marco Travaglio

lunedì 8 dicembre 2008

De Magistris: "Stavo scoprendo la verità perciò mi hanno tolto le inchieste"

Fonte: Repubblica.it
Gli stralci degli interrogatori dell'ex pm davanti alla procura di Salerno
"Il procuratore Iannelli sta svolgendo indagini in modo illegittimo ed illecito"

"E' proprio per evitare che si potesse scoprire la verità che mi sono state sottratte, illecitamente, le inchieste Poseidone e Why Not".
L'ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, dice questo ai magistrati che lo interrogano. Era il 3 luglio del 2008. E De Magistris fa riferimento ad alcuni articoli di giornali nei quali, sostiene "si può avere conferma che nell'inchiesta Why Not è subentrato un altro autore di condotte illecite ai miei danni".
Fa nome e cognome l'ex pm: "E' Salvatore Curcio, già imputato presso l'autorità giudiziaria di Salerno per gravi reati, ma sempre rimasto, saldamente, negli uffici della procura della Repubblica di Catanzaro, ed adesso quale 'esperto', evidentemente dopo gli 'egregi' risultati di un anno di conduzione dell'inchiesta Poseidone, subentrato nell'inchiesta Why Not".
Il 15 luglio del 2008, davanti ai magistrati salernitani è la volta della cosidetta "guerra tra le procure" di Salerno e Catanzaro. E anche stavolta De magistris fa nomi e cognomi. "Il dottor Jannelli (che è il procuratore generale di Catanzaro, ndr) ha svolto e sta svolgendo in modo illegittimo ed illecito attività d'indagine direttamente e indirettamente nei miei confronti".

venerdì 5 dicembre 2008

"Massoni, politici e poteri forti ecco chi ha fermato le inchieste"

Fonte:Repubblica.it
Le accuse del pm De Magistris: sinergie inquietanti!

SALERNO - Le inchieste "Why Not", "Poseidone" e "Toghe Lucane", dovevano essere fermate ad ogni costo. I personaggi a vario titolo coinvolti, erano "eccellenti" e "potenti". C'erano politici, massoni, magistrati, imprenditori in odor di mafia e tanto altro. E su tutto questo ci fu anche il "silenzio" del presidente della Repubblica Napolitano, "nonostante avessi pubblicamente auspicato un suo intervento".
Queste le accuse che il pm Luigi De Magistris, titolare di quelle inchieste ha consegnato ai colleghi di Salerno in numerosi interrogatori. Accuse che mercoledì scorso hanno portato al sequestro degli atti negli uffici di Catanzaro, provocando un terremoto, giudiziario ma anche istituzionale. Le indagini su Mastella
Il 12 novembre 2007, quando non è più titolare delle inchieste, avocate dai suoi superiori di Catanzaro, De Magistris viene interrogato dai pm di Salerno e racconta: "Togliendomi "Poseidone" loro mi hanno voluto lanciare un messaggio per cercare di fermarmi. Ancora non sapevano del livello che avevano raggiunto "Toghe Lucane" e "Why Not". Allora hanno dovuto accelerare la mia richiesta di trasferimento cautelare e qui si innestano poi, evidentemente, anche delle sinergie istituzionali... E' ovviamente inquietante il silenzio istituzionale sulla vicenda - per esempio - del trasferimento cautelare e in qualche modo sul coinvolgimento di Prodi e Mastella (indagati da De Magistris ndr)... Io credo che non si sia mai visto che un ministro della Giustizia chieda il trasferimento cautelare di un magistrato che indaga sul presidente del Consiglio di cui lui è ministro e che regge in modo determinante la maggioranza che è un po' fragile, e soprattutto che chiede il trasferimento di chi sta lavorando in qualche modo su di lui. E il ministro Mastella lo sapeva benissimo delle intercettazioni che lo riguardavano direttamente... quindi vuol dire che necessariamente si è disposti anche a mettere sul tappeto il rischio di una rottura istituzionale sui rapporti tra esecutivo e magistratura o anche una rivolta dell'opinione pubblica o dei magistrati a fronte di un atto così grave...".
Il caso Prodi
Sempre nell'interrogatorio del 12 novembre De Magistris spiega le "accelerazioni" per togliergli le inchieste e trasferirlo ad altra sede. "L'accelerata era evidente, cioè loro dovevano fermare l'inchiesta e l'inchiesta "Why Not" e si comprende perché. Perché coinvolge in modo serio Romano Prodi con ipotesi di reato serie e sicuramente già accertate nei confronti di suoi strettissimi collaboratori, in particolare Piero Scarpellini, Sandro Gozi e che soprattutto lasciava intravedere un discorso molto interessante di riciclaggio di denaro dalla Calabria a San Marino, e i risultati che stavamo raggiungendo erano straordinari... stavamo entrando nel pieno coinvolgimento del ministro Mastella soprattutto sul discorso dei finanziamenti pubblici che lui otteneva. Per esempio attraverso la gestione de "Il Campanile", il giornale dell'Udeur a fini privatistici. Oppure i rapporti tra Mastella, il generale Poletti e il costruttore Valerio Carducci. Non solo, ma nell'indagine "Why Not" erano in corso accertamenti riservatissimi in collaborazione con la Procura di Reggio Calabria sull'omicidio Fortugno".
La massoneria segreta
"Le indagini "Why Not" - racconta De Magistris ai magistrati di Salerno - stavano ricostruendo l'influenza dei poteri occulti. In particolare si stavano ricostruendo i contatti intrattenuti da Giancarlo Elia Valori, Luigi Bisignani, Franco Bonferroni ed altri e la loro influenza sul mondo bancario ed economico finanziario. Elia Valori pareva risultate, dagli accertamenti preliminari che stavamo svolgendo con la massima riservatezza, ai vertici della massoneria "contemporanea". Elia Valori si è occupato spesso di lavori pubblici. Nel recente passato, agli inizi del 2000 ha trovato anche una sponda rilevante a sinistra, all'interno del governo D'Alema, in Marco Minniti. E si era anche interessato di telefonia, - settore in cui, come poi dirò, si è interessato anche il professor Francesco Delli Priscoli, figlio del pg della Cassazione Mario (che aveva promosso l'azione disciplinare nei confronti di De Magistris ndr). Non posso però non tenere conto dei seguenti elementi, pur se non si volesse mettere in discussione onestà e serenità di giudizio delle persone elencate: sul vice presidente del Csm, Nicola Mancino (che presiede la sezione disciplinare che dovrà giudicarmi) che ha già fatto intendere in una intervista che avrei violato il codice etico della magistratura, del consigliere togato, Fabio Roja, del giudice Luerti attuale presidente dell'Anm che ha stretti rapporti con la Compagnia delle Opere".

giovedì 4 dicembre 2008

"Così Bush ha sbianchettato la Storia" Cambiati i numeri della guerra in Iraq

Fonte: Repubblica.it
La denuncia di due ricercatori americani del "Cline center for democracy"
L'amministrazione Usa ha modificato l'elenco dei Paesi alleati
Via via sono stati aggiunti e tolti cambiando documenti ufficiali"
Abbiamo dimostrato una serie di correzioni, ma quante altre ce ne sono?"
di MARCO PASQUA

ROMA - Date aggiustate, nomi cancellati, cifre "sbianchettate". E' una vera e propria operazione di correzione della storia, quella che ha interessato il sito ufficiale della Casa Bianca. E' su queste pagine web che l'amministrazione Bush ha fatto modificare, a suo piacimento, alcuni comunicati stampa già andati in rete. Sono tutti relativi alla guerra in Iraq ed elencano i Paesi che hanno appoggiato l'America, inclusa l'Italia. La denuncia è di due ricercatori americani del "Cline center for democracy" dell'università dell'Illinois, che hanno studiato, comunicato per comunicato, tutti i messaggi che George W. Bush ha veicolato ai media e, quindi, agli americani.
Messaggi corretti, per ragioni di opportunità politica, anche a distanza di anni.
"Siamo di fronte alla riscrittura della storia", denunciano Scott Althaus, professore dell'università di Illinois, e Kalev Leetaru, coordinatore presso il Cline center for democracy. L'analisi ha dimostrato tutte le modifiche che hanno interessato cinque documenti ufficiali, con indicato il numero dei Paesi aderenti alla cosiddetta "coalizione dei volenterosi": vale a dire le nazioni che, nel 2003, si schierarono con l'America nell'invasione dell'Iraq.
Per dimostrare che alcuni di questi documenti sono stati sottoposti a successive modifiche, i due studiosi si sono serviti, tra le altre cose, delle pagine conservate nel più grande archivio mondiale dei siti web: è quello offerto dall'"Internet archive" (www. archive. org), un'organizzazione no-profit fondata nel 1996 a San Francisco.
A differenza delle copie cache di Google, che forniscono solo una versione recente di una data pagina, questo archivio mondiale mantiene una copia originale di ogni singola pagina che ha registrato.
A novembre vi erano conservate 85 miliardi di pagine, tutte con l'indicazione del giorno in cui sono state catturate. E qui non c'è correzione che tenga, visto che la versione "fotografata" e salvata è necessariamente quella originale.
Utilizzando questo importante strumento di raffronto, i ricercatori hanno scoperto l'operazione che ha interessato alcuni di questi comunicati stampa. A distanza di anni, solo tre di questi cinque documenti, con l'elenco dei Paesi a favore della guerra in Iraq, possono essere ancora consultati tramite il sito della Casa Bianca.
Gli altri due sono stati cancellati tra il 2003 e il 2006. Quando si è cambiato il testo, non si è provveduto a correggere la data di pubblicazione del comunicato, per far sembrare il tutto più naturale possibile. "La nostra ricerca dimostra che ci sono stati aggiornamenti e cancellazioni sistematiche delle informazioni pubbliche, tra il 2003 e almeno il 2005", spiegano i curatori della ricerca, dal titolo "Modificando la storia, la soluzione americana". L'esempio più lampante è quello di uno dei primissimi comunicati stampa, attraverso il quale Bush rendeva noto l'elenco dei Paesi che lo sostenevano nell'invasione dell'Iraq
(http://www. whitehouse. gov/infocus/iraq/news/20030327-10. html).
Si tratta di un documento del 27 marzo 2003: vi compaiono 49 nazioni. Ma c'è un particolare: "Si tratta di un falso storico", denunciano i due ricercatori.
In quel periodo, infatti, gli Stati che appoggiavano l'America erano 45. "Sembra che la Casa Bianca abbia sistematicamente voluto cancellare parte del suo passato. Quel che è grave, è che tutto è avvenuto in segreto. Nel caso di questa lista della 'coalizione dei volentorosi' siamo riusciti a dimostrare tutti i cambiamenti", spiegano Althaus e Leetaru, che non escludono altri "sbianchettamenti". Analizzare tutti i comunicati stampa che documentano questi delicati mesi per l'amministrazione Bush non è semplice. E' un gioco di date, nomi che si aggiungono salvo poi sparire dopo pochi mesi.
Un altro esempio è offerto da un comunicato datato 21 marzo 2003: stavolta nella lista ci sono 46 nazioni, inclusa l'America. Il mese seguente, però, questa lista viene corretta: una "manina" aggiunge l'Angola e l'Ucraina, portando il totale a 48. La data del comunicato stampa resta invariata (21 marzo), e nessuno spiega che quel testo è stato cambiato. Quella lista resta visibile per più di due anni, salvo poi sparire del tutto.
Ma attenzione: resta il link, sparisce solo il contenuto della pagina (http://www. whitehouse. gov/news/releases/2003/03/20030321-4. html).
L'elenco, intanto, cresce di un'altra unità, su un altro comunicato: accade il 13 aprile 2003, quando si aggiunge lo stato di Tonga. Ma anche questo sparisce, salvo poi ricomparire nel novembre 2004 con una importante modifica (http://web. archive. org/web/20041103233844/http://www. whitehouse. gov/infocus/iraq/news/text/20030327-10. html).
Il correttore stavolta ha eliminato il Costa Rica: lo Stato, infatti, aveva fatto notare di non essere mai stato a favore della guerra in Iraq, chiedendo di essere rimosso dalla "coalizione dei volenterosi". Ovviamente non si fa alcun riferimento al suo inserimento erroneo: lo si cancella, e si fa credere che quel comunicato risalga al 13 aprile 2003.
A oggi - si evince dalla ricerca - non c'è un singolo documento nell'archivio ufficiale della Casa bianca che faccia riferimento al dato reale, e storicamente vero, di 46 Paesi pro-guerra in Iraq (45, escludendo l'America). Solo Archive. org conserva il comunicato con questo dato (http://web. archive. org/web/20030407164355/http://www. whitehouse. gov/news/releases/2003/03/print/20030321-4. html).
A chi fa notare che ci troviamo di fronte a modifiche "poco rilevanti", avvenute molti anni fa, i due studiosi replicano: "Se si è spesa così tanta energia per cambiare un dato, possiamo solo immaginarci cosa sia potuto accadere a documenti più sensibili pubblicati sul sito della Casa Bianca. In ogni caso, il risultato è sempre lo stesso: si altera un dato storico, contenuto in documenti ufficiali".
Tra l'altro, viene fatto notare, questi continui cambiamenti della lista hanno avuto anche effetti su Wikipedia: "La confusione creata, ha fatto sì anche anche l'enciclopedia degli utenti, adesso, proponga una versione rivista della storia", riportando comunicati "sbianchettati" che vengono considerati storicamente corretti.

Il sito della ricerca: http://www. clinecenter. uiuc. edu/airbrushing_history/

martedì 2 dicembre 2008

De Magistris: avvisi di garanzia ai magistrati di Catanzaro

Fonte: Repubblica.it
Perquisiti gli uffici della Procura della Repubblica e della Procura generale calabreseSospetti di illecito nelle procedure che sottrassero le indagini all'ex pm

Luigi De Magistris, ex pm a Catanzaro, oggi al Tribunale di Napoli

Perquisizioni e avvisi di garanzia ai magistrati di Catanzaro.
La procura di Salerno sospetta che i colleghi calabresi abbiamo commesso degli illeciti nel sottrarre all'indagine dell'ex pm De Magistris l'inchiesta Why not in cui erano coinvolti l'ex premier Romano Prodi e l'ex Guardasigilli Clemente Mastella.
E' più di un anno che l'ex sostituto di Catanzaro Luigi De Magistris va ripetendo di essere stato vittima di un piano architettato per delegittimare il suo lavoro e screditare la sua immagine.
Ma il Csm aveva accolto la richiesta di trasferimento presentata dall'allora ministro della giustizia Clementa Mastella, il magistrato era stato spostato al tribunale di Napoli, e il caso sembrava chiuso.
Stamane invece il procuratore capo di Salerno e due sostituti, insieme ad una squadra di agenti e carabinieri, sono entranti nel Palazzo di giustizia di Catanzaro per perquisire i colleghi della Procura e della Procura generale.
I magistrati sospettano che fu un illecito sottrarre all'ex pm le inchieste "Poseidone", sulla presunta cattiva gestione in Calabria dei processi di depurazione, e "Why not", sul sospetto uso improprio di finanziamenti pubblici, inchiesta in cui erano rimasti coinvolti anche l'ex premier Romano Prodi e l'ex Guardasigilli Mastella.
C'era stato già un pronunciamento dei magistrati di Salerno sull'operato di Luigi De Magistris ed era stato del tutto positivo.
Nel giugno scorso nella richiesta di archiviazione al termine dell'indagine sull'operato dell'ex pm scrissero che il collega aveva agito in maniera "assolutamente legittima e corretta" durante le sue indagini a Catanzaro.
Accogliendo le denunce dell'ex pm, i colleghi della procura salernitana confermarono che De Magistris "fu vittima di pressioni e interferenze".
Trasformarono di fatto il giudice "scomodo", in vittima di quel sistema di interessi che erano l'oggetto delle sue indagini.

lunedì 1 dicembre 2008

"Io e mio padre Provenzano così faccio i conti con la mafia"

Fonte: Repubblica.it
DALL'INVIATO FRANCESCO VIVIANO

Parlano i figli del boss: dalle stragi al ritorno a Corleone "Falcone e Borsellino anche vittime della ragione di Stato"

CORLEONE - Sono i figli del Boss dei Boss, il capo dei capi di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, classe 1933, da Corleone, detto Zu Binnu: 43 anni vissuti in clandestinità fino all'arresto del 2006, l'uomo accusato di essere dietro tutte le stragi di mafia che hanno insanguinato l'Italia.
Ora per la prima volta i due figli di Provenzano, Angelo, 30 anni, diploma di geometra, e Francesco Paolo, 27, laureato in lingue, rompono il silenzio.
Dicono che per parlare con i giornalisti non hanno ricevuto il "permesso" del padre, da sempre contrario ai contatti con la stampa; dicono che è una loro scelta, e che lo fanno per liberarsi, una volta e per tutte, dalle pressioni dei media che scavano nella loro vita.
Vostro padre è accusato di aver guidato Cosa Nostra, di essere il mandante, insieme a Totò Riina, di delitti e di stragi. Per questo è in galera, dove sta scontando alcuni ergastoli proprio perché considerato il Padrino della mafia. "Quando mio padre fu arrestato lo scoprii dalla radio", dice Angelo, che parla per tutti e due. "E quando andai su internet per avere conferma, restai interdetto: la foto che pubblicarono, confondendola con un altro arrestato, non era quella di mio padre. Ora, a tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Arrestato uno ne spunta un altro. E parlando ancora di mafia in senso lato, io mi chiedo: lo Stato che ruolo ha ed ha avuto in tutti questi anni? Se andiamo indietro nel tempo ricordo stragi come quelle di Bologna e di Ustica oppure la morte del bandito Giuliano. Cosa c'era dietro? Per la morte di Giuliano, per esempio, sono dovuti passare almeno cinquant'anni per fare un po' di chiarezza. Dobbiamo aspettare altri 50 anni per conoscere le altre verità, anche quella su mio padre? Ecco perché dare una definizione compiuta di mafia adesso è difficile". La mafia è soprattutto un'organizzazione criminale.
"La mafia...
Siamo ancora oggi alla ricerca di una risposta definitiva su che cosa sia. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale.
La mafia viene dopo la mafiosità, che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano.
La mafiosità si manifesta in mille modi, a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una radiografia o ad avere un certificato in Comune.
Mi chiedo: dov'è il limite, tra mafia e mafiosità? Tra l'organizzazione criminale per come la intende il codice penale, e l'atteggiamento mentale per come la intendono i siciliani?
Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per quanto riguarda i fatti di sangue e le sentenze di condanna, il codice dice che la mafia è un'associazione per delinquere. E su questo non discuto e non entro nel merito. Ma il discorso è molto più ampio, non si può ridurre tutto a persone che sparano". Suo padre ha battuto tutti i record della latitanza: sin da giovane, prima che voi nasceste, era già un pregiudicato, accusato di omicidi e di far parte dei corleonesi mafiosi.
"Si è detto che mio padre, in 43 anni di latitanza, quale capo di Cosa Nostra ha bloccato il sistema, l'economia, la crescita di un Paese. È stato dipinto come la personificazione del "male assoluto". Con la sua cattura, ho letto, finiva la mafia.
E invece la mafia non è finita.
La "mitizzazione" di papà esiste, è un dato incontrovertibile, che ha fatto comodo a molti.
Se la latitanza fosse durata un anno anziché 43 il personaggio Provenzano non sarebbe esistito. Avrebbero trovato qualcun altro su cui scaricare l'attenzione per non sollevare coperchi su problemi e sui grandi misteri dell'Italia".
Tutti i pentiti di mafia, anche quelli che vi hanno preso parte materialmente, accusano i vertici di Cosa nostra e quindi Totò Riina ed anche suo padre delle stragi Falcone e Borsellino.
"Guardi, dei pentiti ci sarebbe tantissimo da dire, ma sono cosciente che anche la più lontana sfumatura si presterebbe a strumentalizzazione o verrebbe interpretata come una minaccia. E allora facciamo così: se a parlare è Angelo Provenzano, non dico nulla. Se a parlare è Angelo, cittadino italiano, dico che i pentiti sono una delle più grandi sconfitte dello Stato".
Le chiedevo delle responsabilità di suo padre. "Io allora ero relativamente piccolo, l'ho vissuta di riflesso. Se mi ci soffermo ora credo che i giudici Falcone e Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull'altare della ragion di Stato". I giudici Falcone e Borsellino sono prima di tutto vittime della mafia. E lei non ha nulla da rimproverare a suo padre? Non si è mai posto delle domande su chi fosse, chi è veramente suo padre? Lo ha mai chiesto a sua madre? "Io a mio padre riconosco alcune attenuanti. Per questo non ho da rimproverargli alcunché. Chi sono io? Semplicemente il figlio di mio padre, io esisto perché lui esiste, è lui che mi ha messo al mondo".
Un magistrato, tempo fa, invitò la figlia di Totò Riina a rinnegare suo padre: non crede anche lei che sarebbe giusto farlo? "Ma come si fa solo a pensare una cosa del genere? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino, un figlio, di serie B? Non è giusto. Io rispondo delle mie scelte, non di quelle di mio padre che oltretutto non so quali siano e quali siano state. E poi chi ve lo dice che non abbiamo mai parlato con mia madre di mio padre, che non le abbiamo chiesto qualcosa? Diciamo che in linea di massima mi sono tenuto le mie curiosità, domande dirette mai. Però, è innegabile che poi anche noi abbiamo indagato un po'. Ma Bernardo Provenzano era, e resta, mio padre".
All'interno di Cosa nostra c'è chi sostiene che suo padre abbia "trattato" con lo Stato, attraverso l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, poi condannato per mafia, per consegnare Totò Riina ai carabinieri. "Io posso rispondere delle mie scelte, non di quelle di mio padre, che non so quali siano perché con lui mai ho affrontato simili questioni. Ma a una domanda così posta mi viene da sorridere, poiché se fosse come dice lei non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo mette in prigione con il 41 bis".
Come avete vissuto il vostro ritorno a Corleone? E perché avete deciso di tornare? "Io qui ci sono nato, non l'ho scelto. È un paese come qualsiasi altro paese, siciliano e non. Pregi e difetti dei paesi: talvolta c'è una visione ristretta delle cose, una sorta di chiusura mentale.
Per il resto, però, Corleone è Corleone. Ci stiamo bene. Chissà, magari al momento opportuno, a determinate condizioni, potremmo anche decidere di andare via.
Il nostro ritorno? Sotto controllo. Io, mio fratello, mia madre, siamo in assoluto le persone più controllate d'Italia, se si pensa alla durata della latitanza di mio padre.
Sanno tutto di noi, controllavano (o controllano) ogni ambiente, ogni spazio, in camera da pranzo, in macchina, al bagno, alle finestre. Abbiamo vissuto, e viviamo, come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più grosso reality su Cosa Nostra. Se ci controllano ancora, non lo sappiamo. Di certo noi ci comportiamo e ci comporteremo sempre come se lo fossimo".
A dire il vero fino a sedici anni lei e suo fratello più piccolo siete stati "latitanti" anche voi con vostro padre e vostra madre. "Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare. Non per omertà o perché devo custodire chissà quali segreti ma perché quello è un periodo della mia vita che resta mio perché mai nessuno me lo ha toccato. Il 5 aprile 1992, quando sono uscito dalla clandestinità e sono andato a Corleone, è iniziata la mia crescita, dopo avere vissuto la latitanza sono entrato in contatto con la gente. Ovviamente è stato difficile l'inserimento nella cosiddetta società civile. La mia vita prima? Ripeto. Non ho potuto scegliere, è stata una latitanza forzata, sono nato e cresciuto in quel contesto".
Perché dopo tanti anni di silenzio vi siete decisi a parlare? "Ho accettato di rilasciare l'intervista anche per una sorta di crisi d'identità nei confronti di questo Stato, che prima dava la caccia a mio padre sostenendo che era la causa di tutti i mali e che con la sua cattura la mafia sarebbe stata finalmente sconfitta; dopo il suo arresto, invece, le cose continuano ad essere come prima. La mafia c'è ancora. Mi viene il dubbio che papà, pur con le responsabilità che i tribunali hanno ritenuto di riconoscergli, fosse stato fatto diventare una sorta di coperchio su cui scaricare tutti i mali".
Che cosa vuol dire? Lei non può permettersi di lanciare delle accuse generiche senza sostanziarle. "Io chiedo solo un po' di rispetto per me, mia madre, mio fratello. Allo Stato chiedo anche il rispetto di quello che è scritto nelle aule di giustizia e cioè che la legge è uguale per tutti. È vero, noi portiamo un cognome pesante, ma è per questo che cerchiamo sempre di farci conoscere con il nome, non con il cognome. Io, per esempio, mi presento sempre come Angelo, e solo se c'è bisogno aggiungo il resto. Non solo professionalmente, noi vogliamo farci apprezzare, o farci dire di no, in base a quello che siamo, non per la famiglia da cui proveniamo. Non abbiamo paura: non l'avevamo prima, non l'abbiamo adesso. Noi famiglia Provenzano vogliamo solo essere lasciati in pace. Il nostro disagio è quello di essere personaggi pubblici senza alcun merito. Io non ho avuto la possibilità di scegliere. Si continuano a pubblicare lettere intime di mio padre, lettere mie e di mia madre, per questioni che non hanno nulla a che fare con la mafia. Se io infrango la legge, è giusto che paghi. Se sui giornali finiscono atti coperti dal segreto istruttorio, non paga mai nessuno".
La vicenda di suo padre è diventata anche una fiction tv. "Non l'ho vista, se non a tratti. Me l'hanno raccontata. Possono fare quello che vogliono, anche perché la fiction è su mio padre, non su di noi. È quando invadono la nostra sfera che stiamo male".
Signor Provenzano, lei vota? "Noi non votiamo, e poi non parliamo di politica, come non parliamo di religione, perché mezza parola potrebbe essere strumentalizzata in un senso o in un altro".