sabato 17 gennaio 2009

mercoledì 14 gennaio 2009

Mafia, annullato il carcere duro per il boss stragista Mimmo Ganci

Da un articolo di Repubblica.it


Si tratta del figlio del capomandamento della Noce, Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina.

Il provvedimento è stato emesso il 30 dicembre

I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41/bis, il carcere duro, al boss stragista Mimmo Ganci di Palermo.

Il provvedimento è del 30 dicembre, ma la notizia è stata diffusa solo oggi. Il mafioso è detenuto nel carcere di Rebibbia perché deve scontare condanne all'ergastolo, molte delle quali definitive, in particolare per le stragi e alcuni delitti eccellenti compiuti in Sicilia.

I difensori del killer nei mesi scorsi avevano chiesto al tribunale di sorveglianza l'annullamento del carcere duro che è poi stato accolto dal tribunale. Domenico Ganci, detto Mimmo, è accusato di oltre 40 delitti, ed è considerato uno dei più pericolosi sicari di Cosa nostra. E' figlio del capomandamento della Noce, Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina. Ganci è detenuto dal giugno 1993 ed è stato condannato per la strage di Capaci del 1992.


Mi chiedo come si possa revocare il 41bis ad uno che ha ucciso e compiuto molte stragi tra le quali gli attentati a Falcone e Borsellino. Uno Stato democratico dovrebbe garantire la pena per questi animali-uomini, che hanno ucciso i migliori uomini/eroi della storia italiana del Novecento, secondi solo ai partigiani.
Invece...
Nel 1992, all'indomani delle stragi di Capaci e di via d'Amelio,l'Italia e la sua popolazione scesero in piazza e si schierarono contro la mafia o il cosiddetto Stato-Mafia, che non garantiva la sicurezza ai cittadini che lottavano in prima persona contro la criminalità organizzata.
Nel 2008 le cose sono ormai cambiate ..
Lo si deduce dalla notizia riportata qui sopra: gli organi governativi, a prescindere dallo schieramento, hanno perseguito e raggiunto una propria logica di potere che ha portato i cittadini ad essere assuefatti dalle opinioni altrui.
I cittadini non hanno più uno spirito critico che si muova a partire dalla verità, ma i giudizi di tutti vengono espressi solo in base a ciò che dice uno o l'altro politico.
Come diceva Licio Gelli in un'intervista: «Con la P2 avevamo l'Italia in mano. Con noi c'era l'Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia. Ora ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei Mass Media. Ho scritto tutto trent'anni fa».
Da queste poche righe si può comprendere la storia dell'Italia e il progetto geniale e ben riuscito che ha portato il nostro paese a essere comparato senza scalpore a un qualunque Stato dell'America del Sud.
Il problema risiede nel non capire quale sia il confine tra legalità e illegalità, dato che i politici in toto (destra, sinistra, centro, nord e sud), nel momento in cui vengono indagati da un pm (vd. De Magistris vs Mastella, Forleo vs Fassino o Gandus vs Berlusconi) promuovono decreti-leggi che vanno a sovvertire il rapporto tra giustizia (controllo) e politica (responsabilità).
L'unico nostro obiettivo, in quanto cittadini liberi, è quello di cercare di fare informazione in tutti i modi... non ci resta altro...
Quindi penso che informarsi, leggere, criticare e trovare soluzioni siano le nostre uniche armi per abbattere questo sistema di democrazia berlusconiana!


martedì 13 gennaio 2009

Sanità di padre in figlio

di Paolo Tessadri
Fonte: Espresso.it

Un gruppo di professori a tirare le fila dei concorsi medici in tutta Italia. E a pilotare i vincitori. Così le cattedre si regalano in famiglia. A danno dei malati. Ora una indagine della Procura mette nel mirino le università di Novara, Padova e Udine

Una fitta rete di amicizie, come la tela di un ragno: pochi baroni che condizionano interi settori della sanità. Dal cuore del Nord-Est. Epicentro i due policlinici di Udine e Padova, due prestigiose università.
A Padova gli inciuci baronali sono arrivati al punto che un uomo navigato come il professore di Chirurgia Ermanno Ancona, già vicesindaco della città e ascoltatissimo dal governatore Giancarlo Galan che ne ha fatto il suo consigliere numero uno per le faccende medico-scientifiche, aveva scritto il 10 maggio scorso ai colleghi una lettera assai imbarazzante: "Non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e dire che non esiste nella nostra Facoltà la questione etica. Non è la prima volta che alcuni colleghi aprono le porte dei propri gruppi di lavoro a figli od altri discendenti stretti, creando per loro un percorso accademico agevolato rispetto a quello degli altri comuni collaboratori. Quel che è certo è che questo costume umilia tutti gli altri docenti o aspiranti docenti che operano all'interno della struttura perché è la prova dell'esigua valutazione che si dedica al valore ed al merito all'interno della nostra facoltà. Ebbene è giunto il momento per dire che questo costume deve essere allontanato dalla Facoltà di Medicina di Padova prima di diventare uno degli argomenti di scandalo".
Profetiche le parole del consigliere di Galan. Perché di lì a poco ecco arrivare il siluro. Che parte da lontano.
E precisamente dalle 19 dell'otto novembre 2007 quando Antonio Ambrosiani, direttore della clinica di Ginecologia e ostetricia dell'ateneo, si trova contemporaneamente a cena al nono piano dell'Hotel Le Royal Meridien di Shanghai, ospite della Sigo, la società italiana di ginecologia e ostetricia, di cui era presidente, e in sala operatoria per un intervento di 'taglio cesareo complesso'.
Lo attesta un documento firmato da Erich Cosmi, medico della clinica, in cui compare Ambrosiani come primo operatore del cesareo. E qui iniziano i guai, perché le foto attestano, invece, che Ambrosiani è a Shanghai e il procuratore di Padova, Orietta Canova, indaga.
La Asl licenzia in tronco Gianfranco Fais, il medico responsabile delle sale parto che ha firmato i registri, e sospende il professore. Ma la macchina giudiziaria è partita. E avvia il ciclone di concorsopoli.
Che arriva a Padova e ad Ambrosiani partendo da Novara dove il procuratore capo, Francesco Saluzzo, ha aperto un'inchiesta sul sistema di consorterie che sovraintende all'assegnazione delle cattedre di ginecologia e ostetricia in buona parte del paese.
Protagonista è ancora Ambrosiani insieme a Nicola Surico, direttore di Ginecologia e ostetricia dell'ospedale universitario di Novara e professore ordinario alla facoltà di medicina della città. Secondo la procura, però, le riunioni di un gruppo di una trentina di medici avvenivano a Padova, in particolare nell'antica Biblioteca della facoltà.
Qui si sarebbero prese le decisioni sui concorsi. La Procura lavora su una serie di fax e mail. Come quella in cui, nel 2003, il professore di Padova scrive: "Carissimo, ti ricordo i nostri candidati". O ancora: "Elezioni professori ordinari-concorso a un posto di professore ordinario presso l'Università degli studi di Milano-Bicocca, il 'nostro candidato' Antonio Cardone". Che vinse. I documenti racconterebbero di una conventicola di professori legati ad Ambrosiani capaci di pilotare i concorsi di professore ordinario in Ostetricia e ginecologia un po' in tutt'Italia: da Foggia a Milano, da Brescia a Parma, a Roma.
A Foggia nel 2005 su cinque commissari , quattro erano membri del gruppo della Biblioteca; a Milano nel 2006, cinque su cinque.
E per prima cosa, i figli: Guido Ambrosiani è professore ginecologo a Padova nella stessa clinica del padre. La figlia di Surico, Daniela, invece, vince nel 2005 il concorso per ricercatrice di ginecologia proprio all'università di Novara, dove il padre è ordinario. I tre commissari di concorso che la assumono provengono tutti, caso rarissimo, da Padova.
Ha un bel da predicare Ancona: così fan tutti.
Anche nella vicina Udine dove va in scena la saga della famiglia Bresadola: tre membri all'università, altri tre in ospedale.
È dal 2005 che Daniele Franz, ex deputato di An, denuncia lo scandalo e considera:"Essere parente o affine del professor Fabrizio Bresadola risulta essere condizione non necessaria, ma sufficiente per ottenere un impiego nell'ambito del mondo accademico ed in particolare nella facoltà di medicina e chirurgia".
Fabrizio è il capostipite: fino a un anno fa era anche presidente dell'azienda ospedaliera Santa Maria della Misericordia di Udine e dal '97 dirige la clinica di Chirurgia generale ed è professore ordinario al dipartimento di Scienze chirurgiche. Insieme a lui lavorano il figlio Vittorio e la di lui moglie, Maria Grazia Marcellino, che ha trovato posto, anche lei, nella medesima clinica. E, per non fare differenze tra figli, ecco l'altro figlio di Fabrizio Bresadola, Marco, che è un filosofo. Ma ha la cattedra a medicina, Storia della medicina.
Curioso che Vittorio sia professore associato di chirurgia toracica e abbia conseguito l'idoneità alla selezione di professore associato nel 2001 quando in commissione, a Siena, sedeva Dino De Anna, collega del padre a Udine e coautore, insieme a Vittorio, di venti lavori presentati alla commissione di cui egli stesso fa parte.
Questo non si può fare, anche se nel valutare il collega Vittorio, il professor De Anna afferma che i lavori sono "in massima parte attribuibili allo stesso candidato". D'altra parte Dino De Anna è impegnato a far politica: due volte senatore per Forza Italia, fratello dell'assessore regionale Elio, fino a pochi mesi fa presidente della Provincia di Pordenone. De Anna fa politica e Bresadola l'accademico, ma entrambi sono nati alla stessa scuola, all'ombra del grande chirurgo ferrarese Ippolito Donini (il cui figlio Annibale, per inciso, è professore di Chirurgia a Perugia).
Suo allievo era anche Alberto Liboni, oggi professore di Chirurgia a Ferrara. Dove Liboni, nel 2006, gestisce un concorso di associato di chirurgia generale: della commissione fanno parte Fabrizio Bresadola e Mario Trignano, allievo di Bresadola e professore a Sassari. Chi vince la prova? Paolo Zamboni e Vincenzo Gasbarro che lavorano presso l'istituto di chirurgia generale di cui è direttore Liboni. Bresadola scrive del vincitore: "Di alto profilo l'attività operatoria". Paolo Zamboni è disabile e non opera più da circa dieci anni.

lunedì 5 gennaio 2009

Costituzione ad personam

Fonte:Espresso.it
di Marco Damilano

Liberismo. Federalismo. E infine Presidenzialismo. Ecco l'Italia che progetta Silvio Berlusconi. Dopo aver regolato i conti con i magistrati. E messo il bavaglio alle intercettazioni

C'è chi si è già portato avanti con il programma.
Il ministro delle Politiche agricole, il super-leghista Luca Zaia, per esempio: di recente ha fatto togliere dal suo ufficio del ministero di via XX settembre la foto di Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che rappresenta l'unità nazionale.
Due istituzioni che nel 2009 potrebbero essere messe a rischio dalla girandola di riforme, costituzionali e non, che il centrodestra si prepara a mettere in campo nei prossimi mesi.
Si comincia il 20 gennaio, quando il federalismo fiscale fortemente voluto dalla Lega arriverà alla prova dell'aula del Senato.
Negli stessi giorni la Camera sarà impegnata in un altro disegno di legge che sta molto a cuore a Silvio Berlusconi, quello che vieta le intercettazioni.
Per poi passare alle partite successive: la giustizia, con la riscrittura di alcuni articoli della Costituzione.
E il piatto forte del menù berlusconiano: il presidenzialismo."L'obiettivo del nostro governo si può riassumere in tre parole: liberismo, federalismo, presidenzialismo".
Lo dichiarò il Cavaliere nell'aula di Montecitorio, era il 2 agosto 1994, e non si può negare che almeno in questo sia stato coerente.
L'elezione diretta del presidente della Repubblica è nei suoi piani da quando è entrato in politica, esattamente 15 anni fa, dal discorso della discesa in campo in tv, con la calza a coprire la telecamera e alle spalle una libreria, già allora presidenziale.
E ha ripetuto il suo credo nella conferenza stampa di fine anno: "È una riforma essenziale". Per poi frenare sui tempi di realizzazione: "Non abbiamo ancora esaminato il tema, non lo faremo nemmeno nel 2009. Ma nella seconda parte della legislatura bisogna arrivarci".
Ma c'è chi pensa che in realtà il presidenzialismo potrebbe essere messo in cantiere già nella seconda metà di quest'anno. Uno dei più fieri oppositori di Berlusconi, il deputato centrista Bruno Tabacci, ne è convinto: "Conosco bene Silvio. Se la crisi economica dovesse aggravarsi nei prossimi mesi, la tentazione di trovare una via d'uscita istituzionale per lui diventerebbe irresistibile".
E poi ci sono i tempi di approvazione: doppia votazione di Camera e Senato, a sei mesi di distanza. Se si cominciasse a discuterne nella seconda metà del 2009 la riforma arriverebbe ad approvazione alla fine del 2010, salvo intoppi: nella parte finale della legislatura, come annunciato dal Cavaliere, giusto in tempo per chiamare gli elettori a votare sul presidenzialismo all'italiana con il referendum confermativo previsto dall'articolo 138 della Costituzione.
Un passaggio che il premier già mette nel conto, anzi, auspica. Qualcosa di simile solo al referendum del '46 in cui gli italiani decisero tra Monarchia e Repubblica: ma in questo caso la scelta sarebbe pro o contro il Cavaliere che sogna di passare alla storia come il fondatore della Terza Repubblica italiana. Eletto al Quirinale a furor di popolo.
A interrompere la sua marcia trionfale, però, ci sono numerosi ostacoli. Non solo gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione in vigore, a partire dall'attuale presidente della Repubblica. Non solo i partiti dell'opposizione, da Casini a Di Pietro passando dal Pd, che minacciano di fare le barricate e potrebbero ritrovarsi uniti dalla battaglia comune.
A guastare i sonni del Cavaliere ci sono soprattutto i contrasti all'interno del centrodestra dove i presidenzialisti sono per ora in minoranza. Nel governo siamo al bricolage costituzionale, al fai-da-te delle riforme. Ognuno ha la sua: la Lega è contraria all'elezione diretta del capo dello Stato e molto più interessata a portare a casa il federalismo fiscale.
Per raggiungere l'obiettivo si sta ritagliando un inedito ruolo di mediazione con il Pd. Bossi, che nel governo Berlusconi è ministro delle Riforme, ha stoppato Berlusconi due volte in pochi giorni: la prima per bloccare la riforma della giustizia, che il premier voleva già prima di Natale per incassare il clima di discredito verso la magistratura provocato dalla guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro, la seconda per fermare sul nascere la tentazione presidenzialista del premier.
"Berlusconi il Quirinale deve meritarselo sul campo. Si misurerà sulle riforme", avverte un altro ministro leghista, Roberto Calderoli. E già, perché dopo l'approvazione del federalismo da parte delle Camere arriverà il momento dei decreti di attuazione che spettano al governo: è lì che potrebbe scattare lo scambio. L'accelerazione dei decreti patteggiato con il via libera della Lega al presidenzialismo: la trattativa è aperta.
L'altro alleato di Berlusconi, Gianfranco Fini, ha accolto le esternazioni del premier con un gelido silenzio (a differenza del presidente del Senato Renato Schifani, come sempre fedele a palazzo Chigi).
Per anni il presidenzialismo è stato il suo modello. Ma ora, da presidente della Camera, l'ex leader di An non perde occasione per professare la sua fede nel Parlamento e nel dialogo tra gli schieramenti: vedi la sua ultima uscita contro il "cesarismo" che ha fatto imbestialire Berlusconi.
A spaccare il centrodestra non c'è solo l'elezione diretta del capo dello Stato.
Le intercettazioni sono un'ossessione per il Cavaliere che ne parla in tutte le occasioni: visite all'estero, conferenze stampa, cene private.
Il disegno di legge uscito dal Consiglio dei ministri non va bene, troppo debole, ripete Berlusconi, "bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione", ovvero escludere dal divieto solo i reati di mafia e terrorismo.
L'opposto di quello che predica la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, ex avvocato di Giulio Andreotti e deputato di An, che è anche legale di Gianfranco Fini, considerata tra i più vicini al presidente della Camera: "Le intercettazioni vanno regolate, limitate, ma non si può impedire ai magistrati di utilizzarle".
Anche per reati come la corruzione, quelli che i falchi berlusconiani vorrebbero proibire.
Infine, nel calendario del 2009, ci sono i referendum elettorali di Mario Segni e Giovanni Guzzetta (un anno fa furono tra i motivi dell'uscita di Mastella dal governo Prodi, oggi non se li ricorda più nessuno) e la mini-riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo. Per ora è finita nel cassetto l'idea iniziale di Berlusconi: soglia di sbarramento al 5 per cento e abolizione delle preferenze. La prima modifica serviva a eliminare l'Udc di Casini, la seconda a far rispettare a tavolino gli equilibri interni al Pdl: il 70 per cento degli eletti a Forza Italia, il 30 ad An.
Con le preferenze il partito di Fini, molto più organizzato sul territorio, potrebbe strappare numerosi eletti in più e far entrare i forzisti in fibrillazione. Per questo, alla fine, non se ne farà niente.
E poi, ragionano gli strateghi del premier, se alle elezioni europee dovesse tornare la frammentazione politica, con la rinascita di partiti e partitini, non sarebbe un male. Sarebbe un ottimo spot per la riforma presidenziale.


Quella che dovrà trasformare la Repubblica italiana in una monarchia berlusconiana.

Regione, per la nuova sede spunta l'ipotesi delle tangenti (parte 1) E il dirigente onesto su ribellò "Questa volta vi distruggo" (parte 2)

Fonte: Repubblica.it
di Davide Carlucci


I fatti penalmente rilevanti sono stati portati all'attenzione del pm potentino Henry John Woodcock e poi trasmessi alla procura di Milano


Il costo dell´appalto del nuovo palazzo della Regione, a Milano, è stato «ampliato a dismisura rispetto ai costi iniziali». Grazie a una strategia concertata da Infrastrutture lombarde spa, emanazione della giunta regionale, con il coinvolgimento dei dirigenti del consorzio Torre, partecipata al 90 per cento dalla Impregilo.
È questa l´accusa alla base della nuova inchiesta della procura di Milano che ipotizza tangenti e apre un fascicolo su sette tra imprenditori e dirigenti delle società coinvolte.
Le accuse vanno dalla concussione, alla corruzione, dalla turbativa d´asta alla truffa e alle false fatturazioni.
L´indagine arriva a Milano - se ne occupano i pm Frank Di Maio e Paola Pirotta - come stralcio dell´indagine del pm John Woodcock sulle tangenti per le estrazioni di petrolio in Basilicata. L´anello di congiunzione è l´imprenditore Francesco Rocco Ferrara, già arrestato dai magistrati di Potenza ma coinvolto, si scopre ora, anche nell´affare da 185 milioni di euro per la realizzazione del grattacielo che con i suoi 167 metri, una volta realizzato sarà il più alto d´Italia. A Milano l´imprenditore ha avuto un subappalto per lo smaltimento degli idrocarburi che contaminavano il terreno su cui sorgerà il nuovo Pirellone.
Solo la metà degli otto milioni di euro da lui pretesi, però, erano congrui.
Quando il direttore dei lavori lo ha fatto notare, il consorzio lo ha allontanato. «Non mi hanno rinnovato il contratto», dice lui stesso in un´intercettazione con uno degli indagati. Sospette, secondo i carabinieri del Noe che hanno redatto il rapporto poi inviato a Milano, sarebbero state una serie di varianti ai lavori.
E poi c´è la «patologica non linearità dei rapporti» tra Antonio Rognoni, direttore generale della Infrastrutture lombarde spa, e i dirigenti della Impregilo, che decidono di far fuori un project manager, Lorenzo Porcari, che aveva da ridire sui costi delle opere.
Secondo l´accusa si sarebbe cercato di ritardare i tempi di consegna dell´opera, prevista per il novembre del 2009.
Dalle intercettazioni, però, emerge che proprio Rognoni teneva ad accelerare i tempi. «Abbiamo un pregiudizio sul fatto che quest´opera dev´essere finita nel novembre 2009», dice parlando con un uomo della Impregilo. E aggiunge, riferendosi al governatore Roberto Formigoni: «Quello lì va via, arriva un leghista, eh... Si va a inaugurare il grattacielo del leghista... Quindi figurati te quanto gli interessa a lui».
In un altro passaggio, però, Rognoni si rivolge con durezza a Luciano Ciapponi, uno degli indagati, dirigente dell´Impregilo e del consorzio CavToMi: «Vedrai che saltando io l´avrete anche voi il problema... e grave l´avete il problema».
Appreso dell´inchiesta che lo riguarda, Rognoni ha detto di essere «fiducioso nella magistratura» e «certo della correttezza della società».
Rognoni è a capo anche della Concessionaria autostradale lombarda, che ha affidato a Impregilo vari appalti: «Se è per questo, la società ha perso molte gare e ha presentato ricorso contro di noi. I tempi, li rispettiamo. E malgrado gli interventi migliorativi, resteremo nel budget. Con Ferrara i rapporti li ha gestiti la Impregilo».

Fonte: Repubblica.it
di Francesco Viviano


L'inchiesta potentina sugli appalti per il cantiere del Pirellone bis: nelle intercettazioni anche Ligresti e un colloquio con Berlusconi

Chi non era d´accordo a gonfiare fatture o approvare varianti veniva allontanato. Sia il Consorzio Torre (Impregilo) sia Infrastrutture Lombarde non volevano avere ostacoli per raggiungere i loro obiettivi che, secondo i carabinieri del Noe, evidenziavano «la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde, Antonio Rognoni e, Luciano Ciapponi, direttore tecnico della Impregilo».
E a sostegno di questo rapporto illecito nell´informativa trasmessa al pm potentino John Herny Woodcock, i militari hanno allegato intercettazioni che avvalorerebbero le ipotesi di reato. Intercettazioni dalle quali emergono anche i motivi che avrebbero provocato l´allontanamento di due ingegneri, Lorenzo Porcari che era direttore dei lavori del Consorzio Torre e Umberto Vasinton di Infrastrutture Lombarde.
Il 6 maggio 2008 viene intercettata una telefonata tra Umberto Vasinton e Giovanni Iannilli, responsabile uffici acquisti di Impregilo. Una telefonata animata, Vasinton si rifiuta di pagare fatture gonfiate ed irregolari.
U è Vasinton, I, Iannilli:
U. «Non posso fare il Sal (stato avanzamento lavori ndr) perché non ci sono tutte le fatture quietanzate.
I: «Tu non mi puoi obbligare a pagare in anticipo per farmi un Sal».
U: «Comunque una cosa è certa se non regolate le cose vi stendo sul tappeto tutti quanti.. Io ve rovino veramente stavolta lo sai perche´? perché voi siete tutti uomini non liberi io sono un uomo libero e stavolta vi distruggo».
E Vasinton, scrivono i carabinieri, sarà poi allontanato da Infrastrutture proprio per la sua intransigenza.
Un´altra conversazione intercettata fra Luciano Ciapponi (Impregilo) e Antonio Rognoni (Infrastrutture) riguarda le sollecitazioni del governatore Formigoni per la consegna della nuova sede. C, Ciapponi, R, Rognoni.
R: «Quest´opera deve essere finita a novembre 2009 eh.. è un pregiudizio evidente, perché quello li va via arriva un leghista e si va ad inaugurare il grattacielo del leghista.. Io sto andando dal Presidente della Regione, non dal signor Brambilla e domani sarò in difficoltà. E da domani cambia solfa perché se salto io salta tutto».
C: «Antonio ma questo è un ricatto, non mi puoi mettere sotto ricatto in questo modo.. ».
R: «E allora voglio la garanzia che tu arrivi al novembre 2009.. Non posso vivere sperando domani quando vado da Formigoni. Sai cosa mi fa il mio presidente domani sera alle sei davanti ad una contestazione di questo genere. Mi accusa di non dirgli le cose preventivamente».
Agli atti anche un´altra intercettazione. «Durante una conversazione tra Pirovano, ragionere Impregilo e un uomo sconosciuto compare - scrivono i carabinieri - la figura di Ligresti (che non è indagato ndr)».
Poi in un´altra conversazione tra Gaetano Salonia, S, e Cesare Caravaggi (della società Cns, controllata da Impregilo) interviene anche Ligresti, L, che era in compagnia di Caravaggi in Sardegna e che cita anche una sua conversazione con Berlusconi a proposito di una presunta "vittoria" imprenditoriale.
Caravaggi: «Aspetta che ti passo l´ingegnere Ligresti».
L: «Siete tranquilli adesso, con questa vittoria.. ».
S: «Noi sì perché abbiamo avuto sempre la coscienza a posto».
L: «Sì, sì, sì.. ma è stato un bel successo, riconosciuto eh, una roba. Ho parlato con Berlusconi ieri.. quando glielo ho detto, appena avuta la notizia è stato felice.. abbiamo fatto una bella cosa».