venerdì 29 agosto 2008
martedì 26 agosto 2008
'NDRANGHETA: BENI CONFISCATI NON UTILIZZATI, 370 INDAGATI
Fonte: Ammazzatecitutti.org
REGGIO CALABRIA - Sindaci, amministratori, professionisti, un magistrato ed un ex ufficiale della Guardia di Finanza sono indagati in una indagine del Ros di Reggio Calabria sul mancato utilizzo dei beni sequestrati alle cosche. Lo scrive oggi il quotidiano 'La Stampa'. Le indagini hanno avuto inizio nel 2006 quando il Ros accertò che a Reggio Calabria in uno stabile confiscato con sentenza definitiva nel 1997 a Pasquale Condello, e divenuto ormai di proprietà del Comune, vivevano ancora i familiari del boss. I carabinieri decisero di avviare verifiche sui beni confiscati alle cosche.
Dalle indagini è emerso che i ritardi nell'assegnazione e nell'utilizzo dei beni sono un fenomeno diffuso in tutta l'area della provincia di Reggio ad esclusione di tre comuni tra cui Platì, il cui consiglio è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.
Per le persone indagate l'ipotesi di reato è omissione d'atti d'ufficio con l'aggravante di aver portato dei benefici alle organizzazioni mafiose.
Nell'informativa Ros c'è una scheda per ogni indagato nella quale sono riportati eventuali precedenti penali, iscrizioni a logge massoniche e frequentazioni con esponenti della criminalità organizzata.
sabato 23 agosto 2008
Un altro martire
Ho trovato nel blog di Di Pietro un articolo di Marco Travaglio che spiega la carriera giudiziaria di Antonio Gava, scomparso l'8 agosto all’età di 78 anni dopo una lunga malattia, che è stato uno dei piu' potenti uomini politici del dopoguerra, piu' volte ministro ed esponente della Democrazia Cristiana.
Imputato eccellente di uno dei più grossi processi effettuati dallo Stato contro la Camorra, non era ancora morto che in molti lo hanno già dichiarato Santo, una vittima della "stagione del giustizialismo".
Pubblico un articolo di Marco Travaglio sull’argomento che condivido pienamente.
"Per Berlusconi, Antonio Gava era «integerrimo» e «la sua morte non cancella il torto che ha subìto: il calvario giudiziario di 13 anni che ne ha minato la salute e si è concluso con la piena assoluzione da un’accusa infamante e infondata».
Per il ministro-kiwi Rotondi, l’artefice del «Rinascimento di Napoli».Per Piercasinando, fu vittima della «stagione del giustizialismo». Per l’emerito Cossiga, «uno dei tanti perseguitati dalla magistratura militante». Per l’ex ministro della Giustizia Mastella, «fu fiaccato da pesanti accuse che si sono dimostrate del tutto inesistenti, da teoremi poi tutti smentiti». Per quella testa fine di Bobo Craxi, «quando a Napoli c’erano uomini come Gava la monnezza non c’era» (infatti lo chiamavano “Fetenzia”). Il professor Galasso lo definisce «integerrimo» e «uscito sempre benissimo da qualsiasi aula di tribunale».
Il presidente Napolitano denuncia «le difficili prove personali».
Ora, prima che lo scomparso Padre della Patria venga beatificato, con strade e piazze intestate a suo nome, è forse il caso di ricordare un paio di dettagli, tratti dalle sentenze che tutti citano e che nessuno ha letto.
Il primo processo a Gava, per ricettazione, portò alla sua condanna a 5 anni in primo grado, poi ridotti a 2 in appello (la Cassazione derubricò il reato in corruzione e fece scattare la prescrizione: dunque era colpevole di tangenti, ma la fece franca).
Il secondo, quello per concorso esterno in associazione camorristica in seguito alle accuse dei boss pentiti Galasso e Alfieri, si chiuse con una assoluzione definitiva e un risarcimento per ingiusta detenzione.
Ma basta leggerla (il sito societacivile.it ne pubblica ampi stralci) per comprendere che il processo fu doveroso, l’accusa si basava su fatti concreti e documentati: «Ritiene la Corte - scrivono i giudici di Napoli - che risulti provato con certezza che il Gava era consapevole dei rapporti di reciprocità funzionali esistenti tra i politici locali della sua corrente e l'organizzazione camorristica dell’Alfieri, nonché della contaminazione tra criminalità organizzata e istituzioni locali del territorio campano; è provato che lo stesso non ha svolto alcun incisivo e concreto intervento per combattere o porre un freno a tale situazione, finendo invece con il godere dei benefici elettorali da essa derivanti alla sua corrente politica: ma tale consapevole condotta dell'imputato, pur apparendo biasimevole sotto il profilo politico e morale, tanto più se si tiene conto dei poteri e doveri specifici del predetto nel periodo in cui ricoprì l'incarico di ministro degli Interni, non può di per sé ritenersi idonea ed affermarne la responsabilità penale».
Ancora: «Appare evidente che la consapevolezza da parte dell'imputato dell'infiltrazione camorristica nella politica campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione dell'imputato nel sistema medesimo, secondo quanto posto in rilievo dalla Pubblica Accusa…
Il Gava non risulta essersi concretamente attivato, quale capocorrente della Dc o nelle sue funzioni ministeriali, per porre un argine al fenomeno della contaminazione politica-criminalità nel territorio campano; come nessuna iniziativa ha adottato per la sospensione dei consiglieri comunali, di cui pur conosceva la contiguità alla camorra, sospensione resa possibile dalla Legge entrata in vigore quando era ancora ministro degli Interni».
Insomma, il ministro dell’Interno Gava stava con lo Stato, ma anche con la camorra.
Se questo, per dirla col professor Galasso, è «uscire benissimo da ogni aula di tribunale», allora una strada non basta. Gava merita almeno un monumento equestre."
mercoledì 20 agosto 2008
Agguato di Pagani, indaga l'antimafia! Davide De Felice e i contatti con il gruppo che fece l'attentato alla caserma dei carabinieri di Porto Ceresio.
Fonte: quotidiano on line Positanonews.
Potrebbe passare alla Dda di Salerno l´inchiesta sul duplice omicidio di ieri a Pagani.
Sull'agguato, nel quale è rimasto ferito anche Davide De Felice, 31 anni, arrestato in nottata dopo la scoperta di un kalashnikov custodito nella sua abitazione a Malnate (Varese), si profila l´ombra della criminalità organizzata.
Il pm della Procura di Nocera Inferiore Elena Guarino, già da ieri ha operato di intesa con i colleghi della Dda e potrebbe sulla base degli elementi raccolti dai carabineri decidere la trasmissione degli atti alla procura antimafia.
Secondo quanto si è appreso, sia Alessandro Cascetta, 33 anni, cugino del tunisino Abdel Aziz, 46 anni, che era il vero obiettivo dei killer, sia De Felice sarebbero abituali consumatori di droga e vengono descritti come personaggi contigui alla criminalità.
Il tunisino ucciso, sposato con una donna di Pagani e padre di due figli minorenni, era conosciuto come un piccolo malavitoso. Violento, si dedicava ad estorsioni, minacce, ed era stato anche indagato per episodi di violenza sessuale.
A fare propendere gli inquirenti per la pista della criminalità organizzata sono le modalità dell´agguato: i sicari, che hanno operato in tre, hanno esploso ben 18 colpi calibro 9 per 21, un´arma considerata da guerra, nei confronti di Aziz.
Erano le 18 in piazza Corpo di Cristo quando il commando di morte è entrato in azione per vendicare uno sgarro, forse legato alla droga. Un agguato con un bilancio pesante: due morti e un ferito.
Fermato un giovanissimo del posto ritenuto testimone. Spari tra la gente, sangue ovunque, fuggi-fuggi generale.
Sull´asfalto restano i corpi del tunisino Men Mahoumd Abdel Azuz, 45enne, detto Marco, obiettivo dei tre killer e di Alessandro Cascetta, 33enne, paganese di origine ma residente in provincia di Varese, con precedenti penali, colpito al cuore.
Ferito al braccio e ricoverato in rianimazione, il cugino dell´italiano, Davide De Felice, 32enne, anch´egli con piccoli precedenti penali, sempre originario del centro dell´Agro.
I fatti si sono svolti in rapida successione sotto gli occhi atterriti di numerosi passanti. Intorno alle 18, il tunisino, sposato con una paganese, è fermo dinanzi ad una agenzia di viaggi; con lui i due cugini, imparentati con l´extracomunitario, che avevano appena comprato i biglietti per fare ritorno al Nord. Stavano mangiando piede e muso di maiale cotti quando è sopraggiunto uno scooterone sul quale viaggiavano tre uomini. Casco integrale e tuta nera. Scendono per sparare e uccidere il tunisino. E così è stato. Abdel si gira, li guarda ma non ha il tempo di capire. Uno, due, tre,quattro colpi di 9.21, alla fine saranno quattordici. Il 45enne è stato finito con un colpo alla nuca. Una vera esecuzione.
Uno dei cugini, Davide, tenta di scappare. I killer sparano. Lo colpiscono al braccio.Nonostante la ferita profonda, riesce a fuggire. Corre per il corso Ettore Padovano, lasciando dietro una scia di sangue. Corre, corre ancora, teme che qualcuno possa ancora premere il grilletto. Giunge dinanzi alla villa comunale. Non si ferma. Prende la stradina attigua e si ritrova in via Garibaldi. Crolla. Sangue ovunque. Suo cugino, come lui, è scappato. Sente di avere la forza nelle gambe. Di trovare una via di uscita. Si gira e corre per via Malet e raggiunge il vicolo largo Arpaia. Crolla. Nel suo petto un unico foro. Al cuore. Muore.
I killer nel frattempo, sempre con armi in pugno, si assicurano che il tunisino sia morto. Saltano sul due ruote e vanno via, in direzione Nocera Inferiore.
Tutto intorno è l´inferno. Sangue ovunque, gente che urla, corre, cerca riparo. Qualcuno allerta i carabinieri. Sul posto giungono i militari della compagnia di Nocera Inferiore, con il maggiore Massimo Cagnazzo e il tenente Erich Fasolino, i colleghi della Comando provinciale con il tenente colonnello Francesco Merone, il sostituto procuratore della procura nocerina Elena Guarino, il dottore Maurizio Cardea della Dda di Salerno. Nel frattempo, i militari della locale tenenza fermano un giovane neomelodico del posto e lo portano in caserma. Secondo le Forze dell´ordine avrebbe visto come si sono svolti i fatti. Le indagini sono indirizzate al mondo della droga. Ad uno sgarro effettuato dal tunisino.
Varese - Il ritrovamento dell'arma da guerra in casa di Davide De Felice apre nuovi scenari investigativi. «Per ora ci concentriamo sul mitra Kalashnikov trovato nella casa del superstite dell'agguato di Pagani. È comunque prematuro fare delle ipotesi precise sul loro coinvolgimento. Tutte le strade investigative sono aperte, compresa quella della criminalità organizzata. Parlarne ora però mi sembra prematuro».
È cauto il procuratore capo di Varese Maurizio Grigo.
Se la morte di Alessandro Cascetta e il ferimento di Davide De Felice, in un primo momento, erano sembrati casuali, il ritrovamento del mitra da guerra nella casa del superstite dell'agguato di Pagani apre nuovi spiragli alle indagini e genera dubbi sulla presenza dei due malnatesi nella cittadina campana.
Al momento l'unica certezza è l'obiettivo dell'agguato, quell'Abdel Aziz, parente di Alessandro Cascetta, malavitoso di Pagani, molto conosciuto in paese per la sua spavalderia e prepotenza.
E forse proprio un suo sgarro ai clan del salernitano potrebbe essere la ragione dell'agguato. Aziz è stato infatti finito con un colpo alla testa.
Ma che ci faceva un mitra kalashnikov con la matricola abrasa e 16 colpi nella casa di un delinquente di paese?
De Felice, come Cascetta, era un personaggio di secondo piano nella mappa della malavita varesina. Piccoli reati, qualche fatto legato alla droga. C'è però un altro particolare. I due malnatesi erano in contatto con il gruppo che fece l'attentato alla caserma dei carabinieri di Porto Ceresio.
Forse stavano tentando un salto di qualità o forse erano veramente nel luogo sbagliato al momento sbagliato.
A tutte queste domande dovrà ora rispondere Davide De Felice che si trova agli arresti piantonato dai carabinieri all'ospedale di Nocera Inferiore con l'accusa di detenzione illegale di arma da guerra.
Vogliamo dire che la mafia al nord Italia non esiste?
Se vogliamo farlo allora diciamo anche che Berlusconi è onesto...
lunedì 18 agosto 2008
'Ndrangheta, arrestato a Toronto il boss Giuseppe Coluccio
Era fuggito dall'Italia nel 2005 ma continuava a gestire il traffico di droga
Nell'elenco dei 30 latitanti più pericolosi, esponente delle cosche reggine
TORONTO - Manette ai polsi per il boss della 'ndrangheta Giuseppe Coluccio. Inserito nell'elenco dei primi 30 latitanti più pericolosi ed esponente di spicco di una delle cosche reggine maggiormente inserite nel circuito del narcotraffico mondiale, era fuggito dall'Italia e viveva a Toronto. Da dove, secondo l'accusa, continuava a gestire il traffico di droga.
Coluccio, che abitava in un appartamento di un grattacielo affacciato sul lago Ontario, si era rifugiato in Canada nel 2005 per sottrarsi a un provvedimento di cattura per associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed estorsione.
In Canada, il boss, che durante la latitanza continuava a gestire ingenti traffici di stupefacenti per l'Italia, manteneva stretti rapporti con personaggi legati a Cosa Nostra.
Nell'inchiesta che lo ha portato in carcere c'è anche un progetto di attentato contro il pm della Dda di Reggio Calabria Nicola Gratteri.
Il progetto di attentato era emerso dall'indagine denominata Nostromo condotta da Gratteri nel 2005 contro affiliati al gruppo Coluccio.
Nell'ambito delle indagini venne intercettata una conversazione nel carcere di Melfi (Potenza) tra il presunto boss di Gioiosa Jonica Vincenzo Macrì ed il genero Antonio Stefano, legati entrambi a Coluccio, in cui si parlava di un attentato contro Gratteri.
L'azione omicida avrebbe dovuto essere compiuta mentre il magistrato si spostava in auto insieme alla scorta per raggiungere il suo ufficio nella Procura di Locri.
'Ndrangheta, arrestato latitante"l'armiere" della cosca di San Luca
Importava armi da guerra, tra cui kalashnikov, da un gruppo bosniaco!
giovedì 14 agosto 2008
Frattini, scoppia il caso Maldive: al Consiglio Europeo manda Scotti
ROMA - Lampi di guerra nel cuore dell'Europa. Poi una tregua che non risolve nessuno dei nodi geopolitici sul tappeto. E lascia all'Europa il difficile compito di mediare e impedire che la miccia si riaccenda nel prossimo futuro.
Dall'atollo, mentre in Italia il caso monta, Frattini non sembra turbato dalle critiche dell'opposizione.
martedì 12 agosto 2008
DE MAGISTRIS: "PUNITO PERCHE' HO FATTO IL MIO DOVERE."
I giudici hanno dichiarato inammissibili, perchè presentati fuori dai termini, i ricorsi di De Magistris e dal ministero della Giustizia, rendendo esecutiva la sentenza della Sezione disciplinare del Csm che aveva deciso, a gennaio, la sanzione della censura ed il trasferimento di sede e di funzioni per il magistrato.
Trasferimento che, con ogni probabilità, avverrà concretamente a settembre.
De Magistris ha voluto riflettere un pò prima di parlare, poi nel pomeriggio ha commentato con l'ANSA la vicenda:
A suo avviso, dichiarando l'inammissibilità dei ricorsi, la Cassazione non è voluta entrare nel merito di una vicenda «che pretendeva, per chi ha a cuore la giustizia, ben altro intervento giudiziario».
Il magistrato ha usato anche il sarcasmo: «spero di potere ottenere copia del provvedimento in modo da incorniciarlo nel mio ufficio insieme alla sentenza del Csm, in modo da spiegare a tutti quelli che me lo chiederanno che esistono due magistrature: una che lavora con sacrificio ed abnegazione, che pratica l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e che non piega la schiena di fronte a niente; un'altra che punisce proprio quei magistrati che individuano le deviazioni criminali all'interno delle istituzioni, magistratura compresa, e che pagano un prezzo proprio per questo». Ma non è stato sarcastico, De Magistris, quando ha ribadito la sua determinazione, la sua volontà ed il suo coraggio «nel continuare a lavorare, anche da giudice, e nel contribuire ad individuare le collusioni, soprattutto interne alla magistratura, che contribuiscono, in Calabria e non solo, a consolidare le deviazioni criminali interne alle istituzioni costituendo, altresì, linfa fondamentale per la criminalità organizzata dei cosiddetti colletti bianchi».
De Magistris ha bollato il processo disciplinare a suo carico come «un pessimo episodio per le sorti dell'indipendenza e l'autonomia della magistratura», ma nonostante questo si è detto ottimista, convinto che «verità e giustizia verranno affermate anche se il costo di esse sarà per me molto alto».
«Sono vicino - ha concluso De Magistris - a tutti coloro che ogni giorno in Calabria lottano per i diritti e la legalità e li invito a non mollare mai e a contrastate con le regole dello stato di diritto la criminalità di ogni tipo che soffoca una così bella regione».
Ora, dopo queste parole, ci si potrebbe interrogare sul perchè della sanzione disciplinare a De Magistris, sostituto procuratore del Tribunale di Catanzaro.
La risposta è molto semplice: punito perchè cercava in tutti i modi di far conoscere la verità; avendo appena iniziato a esplorare il mondo di collusioni e sotterfugi tra mafia e politica, gli è stato avocato il processo Why Not! per rendere la magistratura manovravbile a proprio piacimento dalla politica e soprattuto per nascondere le varie verità scottanti.
sabato 9 agosto 2008
Stereotipo vincente
Un mio amico, Matteo Spertini, ha scritto nel suo myspace un articolo contenente i suoi pensieri..
A parer mio molto interessante e coglie appieno l'ideale del giovane modello.
"Non sono un giornalista, non sono esperto in nulla, non sono nemmeno un universitario, anche se tanto lo vorrei… sono semplicemente un ragazzo, un giovane della parrocchia di Laveno Ponte, che scrive questo articolo per una propria esigenza, per il solo gusto di esprimere la propria modesta opinione; pazienza se non susciterà alcuna reazione, pazienza se sarò l'unico lettore di queste parole scritte nell'ennesimo pomeriggio piovoso di una primavera più timida del consueto.
Sono semplicemente parole scritte da un ventenne, stanco di essere identificato come giovane: quindi parte di una fascia della società che corrode il sistema, le nostre famiglie, i nostri lavori, un peso per gli italiani, identificato come ogni categoria sociale che si rispetti in una serie di luoghi comuni che di fatto sono il motore del mondo, della politica nostrana, dei rapporti umani.
Così come i camionisti, tutti indistintamente bestemmiano e amano le prostitute, le infermiere si concedono ai medici, così il giovane, parassita dello stato, è un essere allo sbando, privo di ideali e opinioni qualunque sia l'argomento di discussione.
Solo alcolici, droghe e discoteche godono del nostro pensiero.
Forse questo luogo comune nasce dall'esigenza di chi comincia a rimpiangere il periodo in cui aveva la mia età, che pare ormai troppo lontano, e cerca di lasciarselo alle spalle in qualche modo, ossessionato dai tradimenti fatti agli ideali e agli amici dell'epoca.
Ho sempre notato con un grosso punto interrogativo come la generazione che quarant'anni fa, nella gigantesca rivoluzione socio-culturale del 1968, tanto mi pareva sui libri di scuola eroica e unita nella lotta alla violenza, allo scontro armato, alla guerra, al razzismo, allo sfruttamento sul lavoro, e determina nella distruzione di stereotipi e conformismi; appaia oggi altrettanto unita nel rinnegare tale periodo, nel secernere il mondo in buoni e cattivi.
Questo perché il luogo comune ci difende, ci protegge, semplifica la vita, non è più necessario conoscere per giudicare, basta osservare, esistono precisi parametri per catalogare l'umanità: che vettura guida il soggetto, come si veste, di che colore ha la pelle.
L'imperativo è vincere, come sempre.
Qui vincere significa trovarsi laddove il proprio stereotipo rispecchia i buoni, sbagliato sarebbe trovarci in qualsiasi altra parte del mondo, dove siamo mafia-pizza-mandolino; ma dal punto che ci troviamo a Laveno Ponte, non siamo noi a sbagliare, noi siamo nello stereotipo positivo, creato da noi stessi per difenderci.
Noi settentrionali al nord, noi occidentali in occidente, noi che la domenica andiamo in chiesa e poi allo stadio armati, noi che mandiamo a casa tutti immigrati, ma alzi a mano chi non è figlio o nipote di un immigrato, noi che abbiamo famiglia, noi che portiamo i bambini a scuola con il SUV, noi che amiamo l'ambiente, noi che insultiamo l'arbitro alla partita di nostro figlio, noi che ci sentiamo come gli indiani nelle riserve, noi che sul vangelo leggiamo "porgi l'altra guancia", noi che chiediamo la legalizzazione delle armi da fuoco per difendere la nostra casa, noi che diamo l'elemosina, noi che sfrattiamo cinesi, noi che l'importante è l'amore, ma meglio se ricco, noi che compriamo caviale per il gatto, noi con addosso pellicce di visone.
Proprio noi.
Noi che andiamo a messa ogni domenica mattina, quindi siamo sicuramente ottime persone.
Così mi ritrovo a continuare la tradizione che ho condannato poche righe fa: mi lamento dei pregiudizi e generalizzo sulla nostra comunità, sulla nostra cultura e sulle idee delle persone che mi circondano, delle istituzioni che regolano la nostra società, la nostra vita, conscio di cadere sempre più spesso nell'incoerenza, probabilmente perché sono frutto di questo sistema, di questa ideologia per natura incoerente, ma molto conveniente a noi stessi.
Ci sentiamo migliori, pronti a puntare dita ovunque che quasi non ne abbiamo a sufficienza, ci riferiamo a masse, gruppi, mai a singoli individui.
Per una volta ho preferito mettermi sotto la lente di ingrandimento con la mia cultura e il popolo a cui appartengo, per riflesso, generalizzando.
Perché credo sia necessario cominciare da se stessi a cambiare il mondo.Sempre che questo mondo di stereotipi più o meno vincenti abbia bisogno di essere cambiato.
Ha già scritto tutto lui! Parole sagge Sperti!
venerdì 8 agosto 2008
Legalitàlia: ancora insieme per provare a cambiare
Una conferenza stampa concreta e senza fronzoli, com’è nello spirito di una manifestazione che, per dirla ancora con Pecora: «non vuole essere solo una commemorazione del giudice Antonino Scopelliti, ma il tentativo di farsi carico dell’importantissima eredità morale che ci ha lasciato, assieme a tutte le vittime delle mafie».
L’obiettivo è quello di «proporre un confronto anche con chi è impegnato in prima linea nel contrasto alla criminalità per far sì che Legalitalia costituisca un momento formativo che porti a fatti e obiettivi concreti». Ma c’è anche altro. «Non è possibile – ha continuato, infatti, Pecora- che un delitto come quello del giudice Scopelliti sia ad oggi impunito. Vogliamo vedere se ci possono essere elementi nuovi utili per far riaprire il fascicolo. È in gioco la democrazia. Ognuno deve fare il proprio dovere, anche la società civile deve reagire».
Padrone di casa della conferenza, che si è svolta presso il salone dei Lampadari del Comune di Reggio Calabria, è stato il sindaco Giuseppe Scopelliti. «Per il secondo anno –ha detto il primo cittadino- abbiamo deciso di ospitare nella nostra città questo meeting e lo facciamo perché lo riteniamo utile e importante. È un’iniziativa che siamo molto contenti anche di sostenere come Amministrazione perché vede protagonisti uomini che a vario titolo si trovano impegnati nella lotta alla criminalità. Rappresenta, quindi, un momento di confronto e di crescita per la nostra città. Eventi come questo – ha concluso- sono importanti non solo per stare insieme ma per riflettere perché da qui possono arrivare anche idee e soluzioni». Sono intervenuti alla conferenza anche Rosanna Scopelliti, figlia di Antonino, il giudice ucciso dalla mafia e alla cui memoria è dedicata la manifestazione, il M° Maurizio Managò, direttore dell’Orchestra “Giovani Fiati Reggini” che aprirà la tre giorni di lavori e Lia Staropoli, coordinatrice del movimento “Ammazzateci Tutti”. Anche Rosanna, che è Presidente della Fondazione che porta il nome di suo padre, ha voluto ringraziare il sindaco e la città per l’ospitalità: «Siamo molto contenti di essere qui - ha detto - È il terzo anno che ci incontriamo per fare memoria e il secondo che scegliamo di farlo in questa città, Reggio, assieme ai ragazzi del movimento che si impegnano con una forza e una determinazione incredibile per far sì che dalla morte di mio padre possa nascere un qualcosa di concreto che dia speranza e sia anche un impegno».
Sarà l’orchestra “Giovani fiati reggini” ad aprire la tre giorni del meeting, venerdi 8 agosto presso il salone della Provincia di Reggio Calabria. I giovani musicisti, diretti dal M° Managò, eseguiranno alcuni brani intervallati dall’interpretazione di scritti inediti del magistrato e passi tratti dal libro di Antonio Prestifilippo (che sarà presente) e intitolato: “Morte di un giudice solo – il delitto Scopelliti”. «Sarà uno dei momenti più importanti e belli dei nostri concerti –ha detto Managò – Siamo molto contenti di poter partecipare alla commemorazione di un grande calabrese e lo faremo con la musica, con un linguaggio ricco di pathos e di emozioni con cui proveremo a coinvolgere chi verrà ad ascoltarci». Un modo originale di avviare la tre giorni del meeting, con un’orchestra di validi elementi provenienti da molti paesi del reggino, alcuni dei quali ad alta densità mafiosa, che vogliono dimostrare che anche qui si può cominciare a suonare tutta un’altra musica.
Antonio Aprile
sabato 2 agosto 2008
Tre sindaci contro la criminalità organizzata
Sud Milano.




