lunedì 9 novembre 2009

mercoledì 5 agosto 2009

L'IMMOBILISMO SOCIO-CULTURALE DEL NOSTRO PAESE.

Dopo una lunga assenza causa pigrizia, esami universitari e vacanze estive riporto dei miei pensieri sul mio blog che mi stanno tanto a cuore... buona lettura e buone vacanze a tutti!!!!


La settimana scorsa sono stato in vacanza in Croazia e ho faticato a non interessarmi delle notizie di attualità politica riguardanti il nostro paese; ciò mi ha fatto dedurre che è una questione personale, insita nel mio ego, e non riesco a fregarmene delle vicende socio-politiche che accadono in Italia.
Per questa ragione ho comprato due volte in 7 giorni un quotidiano per informarmi, ma non so se il mio interessamento serva realmente a qualcosa per il mio futuro.
Sarà il periodo estivo che mi porta a questa pigrizia disfattista, ma non riesco assolutamente a vedere la luce in fondo al tunnel.
Cosa voglio dire?
Vorrei anzitutto precisare che non mi riferisco agli scandali di Napoli e Bari che ci rendono ridicoli agli occhi del mondo: non voglio entrare nel merito delle voglie sessuali del nostro premier, sono fatti personali a interpretazione soggettiva.
Nonostante queste donne disinibite venissero candidate alle elezioni europee, si può dire che la pseudo-morale della Chiesa, la morale interiore delle persone comuni o l'amoralità di un insano di mente sono tutti giudizi di valore, perché neanche la Costituzione all'articolo 92 cita i meriti che deve avere un ministro per ricoprire il suo ruolo. (“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri.”)
Premesso ciò non voglio fare un discorso anti-berlusconiano poiché sarebbe troppo lusinghiero sprecare delle mie parole per lui.
Ci sarebbero moltissimi argomenti su cui discutere per ore e ore quali l'istruzione, la giustizia, le energie rinnovabili, la lotta alla mafia e all'evasione fiscale, il federalismo, la sicurezza e l'immigrazione, la sanità, l'uso ad personas delle leggi, la legge elettorale, le infrastrutture, ma preferisco vedere la situazione nel complesso.
La mia inquietudine è data dal rapporto tra le decisioni legislative del governo (particolarmente discutibili riguardo alla loro eticità) e il pensiero predominante nella popolazione.
Mi chiedo e non riesco a darmi una risposta sul come possa tuttora durare l'idillio tra i votanti del PdL e il nostro Premier.
Il mio equilibrio è stato spezzato dopo aver letto un editoriale di Eugenio Scalfari su la Repubblica del 2 agosto intitolato “ Allarme rosso l'Italia si sfascia”.
In questo articolo il fondatore di Repubblica si scaglia contro la linea politica del governo per l'uso e abuso dei decreti legislativi; ponendo la fiducia su ognuno di essi, elimina la possibilità di modificare la legge tramite emendamenti.
La furbizia sta nel rimanere entro il limite imposto dalla Costituzione.
Scalfari pone l'attenzione anche sulla “splendida” idea della Lega Nord di introdurre un esame dialettale per i docenti destinati a insegnare nel nord Italia, per poi ripiegare e chiedere solo un esame di abilitazione per la storia e il linguaggio locale.
Scalfari dice chiaramente che in questo quadro c'è una massa di persone consapevoli di quanto accade nel nostro paese, tuttavia esse sono inermi per mancanza di strumenti, di punti di riferimento, o semplicemente hanno perso la fiducia,o non hanno su chi riporla.
Io penso proprio di essere tra queste persone che, pur facendo informazione sia su Internet che nelle scuole che in incontri aperti al pubblico, sono un po' sfiduciate.
In questi giorni mi sono chiesto se realmente fosse utile fare informazione su Facebook e riportare link di articoli per portarli alla conoscenza di chi per semplice curiosità ha voglia di leggerli; penso che le persone che leggono le notizie o si impegnano nel sociale con il tempo stiano diminuendo, per il semplice motivo che non sussiste un supporto da parte dello stato come istituzione che possa incentivarli a conoscere, ma piuttosto li porta all'assuefazione.
Quello però che non riesco ad accettare è che il nostro premier venga sempre e comunque difeso a priori dai suoi elettori; capisco i suoi servi Ghedini e Gasparri, che avendo tutte le informazioni cercano di depistare l'opinione pubblica, ma i suoi votanti, la gente comune proprio non li capisco!
Ormai credo che, come nel famoso libro di Orwell “1984”, le persone che perdurano nella loro convinzione che Berlusconi sia il meglio per l'Italia e che sia l'unico ad avere carisma sulla nostra scena politica, si fondino solo sul pensiero universalmente riconosciuto della televisione.
Questo mi fa riflettere e mi inquieta perché bisogna capire chi ha voglia di farsi assuefare continuamente, essendo bombardato dalle castronerie televisive, e chi, come me, ha voglia di emanciparsi da questa Italia piena di ipocrisie e falsi moralismi...
E per concludere il mio rammarico mi porta a pensare che forse non sono adatto al modus vivendi che buona parte degli italiani adotta (clientelismo, familismo) e che l'unica vera emancipazione potrebbe essere quella di andare via dall'Italia, nel momento in cui la frustrazione prende il sopravvento; ma per ora, come si suol dire, la speranza è sempre l’ultima a morire.

venerdì 8 maggio 2009

5 pr mille no-profit ad AMMAZZATECI - TUTTI





il tuo 5 per mille ad Ammazzateci TuttiTorna anche quest'anno il 5 per mille dell'Irpef al mondo del no-profit e del volontariato. E da quest'anno puoi devolverlo anche ad Ammazzateci Tutti.

Un modo in più per sostenere le nostre attività. Senza spese, basta indicare il codice fiscale 90018660804 e mettere una firma nello spazio riservato alle associazioni.

Il 5 per mille dell'imposta sul reddito dà la possibilità al singolo cittadino di scegliere di sostenere il mondo delle attività sociali senza fini di lucro (dal volontariato alla ricerca sociale).

È un meccanismo simile all'8 per mille ma non lo va a sostituire, infatti si può decidere di destinare entrambe le quote.

Non c'è nessuna imposta in più da pagare, basta solo esprimere il proprio diritto a destinare in maniera diretta il proprio 5 per mille alle associazioni non lucrative.

Scegliere Ammazzateci Tutti come organizzazione beneficiaria del vostro 5 per mille significa dare una grande possibilità alla nostra associazione per proseguire con sempre maggiore determinazione piccole e grandi battaglie di giustizia, i percorsi di educazione alla legalità, la lotta a tutte le mafie e per il sostegno ai familiari ed alle vittime della criminalità organizzata.

Un gesto simbolico a costo zero che si traduce in un aiuto concreto per un'associazione che fa della cittadinanza attiva la propria bandiera.

Per destinare ad Ammazzateci Tutti il tuo 5 per mille basta firmare nel riquadro dedicato alle associazioni e nello specifico in quello "sostegno del volontariato, delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, delle associazioni di promozione sociale, delle associazioni e fondazioni" e indicare il codice Fiscale di Ammazzateci Tutti (vedi fac-simile)

Persone Fisiche 2009

Modello 730

Il codice fiscale di Ammazzateci Tutti è:

90018660804

Anche coloro che non sono tenuti a presentare il 730 o l'Unico 2009 Persone Fisiche possono destinare il 5 per mille delle proprie tasse ad Ammazzateci Tutti. Nel Cud 2009 che riceveranno dalla propria azienda è prevista, infatti, una scheda aggiuntiva per la scelta della destinazione del 5 per mille dell'Irpef. La scheda dovrà essere firmata nel riquadro che riguarda le associazione e nel rigo sottostante dovrà essere indicato il codice fiscale di Legambiente. Infine, dovrà essere firmata anche la dichiarazione posta in fondo alla stessa scheda.

Modello CUD 2009

La scheda così compilata va presentata entro lo stesso termine della dichiarazione dei redditi:

  • in busta chiusa in banca o alle poste; la busta deve recare l'indicazione "SCELTA PER LA DESTINAZIONE DEL CINQUE PER MILLE DELL'IRPEF", il codice fiscale, il cognome e nome del contribuente;

  • al commercialista, al proprio CAF o a chiunque sia abilitato.

Grazie!

venerdì 10 aprile 2009

L'impero del falso

Fonte: Espresso.it

Dalle borse ai farmaci. Cresce il ruolo della camorra nella rete globalizzata dei marchi contraffatti. Saviano: così moltiplicano i profitti.

L'ultimo anello di una catena che parte dalla borsetta con il marchio falsificato e arriva fino ai padrini della mafia globalizzata, passando per gli schiavisti che trafficano immigrati, i boss che smerciano droga e i banchieri che riciclano tesori. Un potere criminale che diventa sistema economico, che muove 450 miliardi di dollari, in grado di condizionare la politica. Difficile vedere tutto questo dietro la bancarella improvvisata di un immigrato nel centro di Roma. Ma una formidabile inchiesta video di National Geographic è partita proprio dalla merce contraffatta di un senegalese filmato in Italia per ricostruire la rete mondiale dell'illecito, con due capitali riconosciute: Napoli e Hong Kong.
Con la guida di Moises Naim, direttore di 'Foreign Policy', la borsetta venduta a pochi passi da Castel Sant'Angelo si trasforma "nella punta di un iceberg. L'ultimo anello di una catena che ha le stesse forze, la stessa corruzione, la stessa violenza dei boss. Chi muove questo mercato non preme un grilletto ma uccide ugualmente".
Il focus della video-inchiesta, che andrà in onda venerdì 17 aprile su National Geographic Channel, è il settore più inquietante: quello dei farmaci falsi. Ci sono i laboratori chimici colombiani, nati per raffinare la cocaina, che adesso si dedicano a produrre pillole su scala industriale: identiche a quelle che compriamo, ma con contenuti spesso micidiali. Viene ricostruita la strage di Panama provocata da una sostanza tossica nello sciroppo contro il raffreddore. I flaconi, prodotti in Cina, erano stati commercializzati attraverso brokers in Spagna e di lì in Centro America. Poi i medicinali avvelenati sono stati distribuiti gratuitamente dall'assistenza sociale: hanno ucciso almeno cento persone, condannate a una morte atroce.
Il video si concentra molto sul ruolo dell'Italia come porta d'accesso all'Europa e ai mercati occidentali. Ne parla Roberto Saviano che descrive i moli di Napoli: "Lì hanno trovato un territorio franco per i loro commerci. Ricordo quello che mi diceva un boss. Il sistema, ossia la camorra, ha solo tre principi: business, business, business".
Lo scrittore di 'Gomorra' sottolinea la capacità imprenditoriale della criminalità campana, "la prima a lanciarsi sui mercati dell'Est. Il 'sistema' purtroppo è un moltiplicatore di profitti, che condiziona lo sviluppo economico". Le rotte di questo nuovo impero commerciale vengono tracciate su un mappamondo, uniscono Cina, Africa e America. Non muovono solo merci, anche uomini, trattati come oggetti: sono i nuovi schiavi, spesso sfruttati anche per la commercializzazione dei falsi, come i senegalesi intervistati nelle strade di Napoli.
Qualcosa forse sta cambiando. Perché la crisi economica e l'impoverimento accrescono il mercato potenziale dei falsi. Ma spingono la Cina a muoversi, per tutelare le industrie legali che rischiano di venire travolte dalla concorrenza dei cloni: due settimane fa per la prima volta la polizia ha condotto raid su larga scala contro la holding delle copie.
"Ma i governi hanno perso la guerra dei falsi", sentenzia Naim: "Agiscono isolati, senza coordinamento. Mentre il commercio illegale è una multinazionale globalizzata. Che si trasforma più in fretta dei governi".

domenica 22 marzo 2009

La nuova Gomorra in Calabria

Fonte: Espresso.it
di Antonio Nicaso

Hanno spodestato Cosa nostra negli Usa. Sono alleati con messicani e colombiani. Monopolizzano l'import di coca in Europa. Colonizzano le risorse dell'Africa. Rapporto sull'impero della mafia calabrese

L'America è sempre più cosa loro
Per il governo di Washington, le 'ndrine calabresi rappresentano una "crescente minaccia", al pari dei terroristi di Al Qaeda o del ritorno in azione dei guerriglieri del Pkk, il partito separatista curdo. Se le tradizionali famiglie di Cosa nostra fanno fatica a svecchiare gli organici, la 'ndrangheta investe nella produzione di foglie di coca con i paramilitari colombiani e gestisce ingenti partite di droga con i Los Zetas, il braccio armato del più potente e sanguinario cartello messicano, quello del Golfo, che ormai controlla l'intera distribuzione di cocaina negli Stati Uniti.
È solo una delle facce della 'nuova Gomorra', che dalla Calabria si espande in quattro continenti: dopo avere colonizzato l'Europa adesso si allarga nelle Americhe e in Africa. Unendo armi e soldi, violenza e investimenti, è sempre un passo avanti rispetto agli investigatori: dalle miniere congolesi del coltan, minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, all'infiltrazione negli appalti dell'Expo di Milano 2015.

La scoperta dell'America Da New York a Miami, la 'ndrangheta si è ormai allargata a macchia d'olio
Quella che un tempo in Florida per la sua invisibilità veniva paragonata all'altra faccia della luna, oggi è una delle poche organizzazioni criminali capace di fornire capitali in una economia fortemente spossata dalla crisi. Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, come succedeva in Germania agli inizi degli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, quando la 'ndrangheta intuì il grande business della riconversione di una delle aree industriali più grandi del continente, dove, oltre un secolo prima, era nato il capitalismo tedesco. Ma l'intera Europa orientale allora diventò terra di conquista. Uno dei globetrotter della 'ndrangheta venne fermato con 2.600 miliardi delle vecchie lire mentre nell'ex Unione Sovietica stava cercando di acquistare una banca, una raffineria di petrolio e un'acciaieria. Adesso invece l'Eldorado è il Nord America spossato dal credit crunch.

Oggi negli Stati Uniti la 'ndrangheta comanda senza dare ordini. E comunica senza parlare
Come è successo recentemente a Manhattan, dove un broker delle 'ndrine è stato avvistato al tavolo di un ristorante, in compagnia di tre trafficanti. Il broker calabrese e i tre narcos messicani, dopo aver ordinato del pesce, hanno cominciato a scambiarsi messaggi di testo con il Blackberry attraverso il ptt - push to talk -, uno dei pochi sistemi che, come il software di Skype, non è intercettabile. Rimanendo praticamente in silenzio per tutto il pasto, tra un'aragosta e un cocktail di gamberi, si sono messaggiati per concludere i loro affari.
High tech e vincoli di sangue: la forza della 'ndrangheta sta proprio nella capacità di adattarsi a qualunque situazione, senza mai snaturarsi, senza mai venir meno a quel modello di società con regole e valori che, dalla seconda metà dell'Ottocento, si tramandano di padre in figlio. "Le parentele sono le uniche stratificazioni ammesse nella gerarchia delle 'ndrine", spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla 'ndrangheta: "È una realtà omogenea, difficilmente penetrabile dall'esterno, in grado di rigenerarsi, consolidarsi ed espandersi mediante unioni matrimoniali e comparaggi con esponenti di altre famiglie". A New York come a Duisburg, a Toronto come ad Amsterdam.

Fronte del Golfo
L'alleanza con i narcos messicani rappresenta la nuova frontiera, una superlega di boss che non si scompone neanche dopo il sequestro di sessanta milioni di dollari o la perdita di 16 tonnellate di cocaina e 25 tonnellate di marijuana, come è successo pochi mesi fa nel corso dell'operazione Solare, coordinata dalla procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta in collaborazione con la Drug enforcement administration (Dea), l'antidroga americana. In Messico, da alcuni anni, l'odore di sangue rappreso sa di ferro rugginoso. Come quello delle armi usate per spartire torti e ragioni in una guerra civile per il controllo del traffico di droga, un giro da 25 miliardi di dollari che soltanto nel 2008 ha causato più di 5.400 morti. In Italia la cocaina gestita dai narcos messicani arrivava nascosta su piccoli aerei commerciali o in container che viaggiavano a bordo di navi. I pagamenti venivano effettuati con il sistema del money transfer attraverso le agenzie Western Union. Più creativo era invece il meccanismo per aggirare i controlli della Dea. Lungo il confine erano state costruite gallerie con ascensori e minirotaie, ma spesso la neve arrivava nel mercato più ricco del mondo grazie a semisommergibili, motoscafi e piccoli jet intestati a prestanomi.
Il sogno dei narcos messicani era quello di conquistare il mercato europeo, dove il consumo di cocaina è in crescita, rispetto a quello calante degli Stati Uniti. E per sbarcare in Europa avevano bisogno della 'ndrangheta, "gente tosta di cui ci possiamo fidare", come facevano notare nelle loro conversazioni, ignari delle cimici che ne registravano anche i sospiri. Gente tosta come la madre di Giulio Schirripa, uno degli arrestati che gestiva una pizzeria nel quartiere Corona di New York e che era in contatto con gli emissari del cartello del Golfo. Le intercettazioni ne fanno un ritratto spietato: "Dovevamo farli a pezzi", diceva la donna riferendosi ad alcuni clienti insolventi. "Come Rambo, dovevamo fare, come Rambo. Perché loro non sanno chi siamo noi".
Per gli investigatori, gli Schirripa facevano parte di un consorzio di famiglie in grado di organizzare grossi carichi di cocaina con profitti enormi che poi venivano investiti in alberghi, ristoranti, imprese, supermercati, ma anche in Borsa, come era successo qualche anno fa in Germania dove altre 'ndrine avevano messo le mani su un grosso pacchetto di quote azionarie della Gazprom, l'azienda monopolista russa del gas.

Come Al Qaeda
"È globale, pervasiva e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda", spiegano i vertici dell'Fbi, citando l'ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia. Nel maggio dello scorso anno, l'amministrazione Bush ha inserito la 'ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, al pari delle più potenti reti terroristiche che finanziano le loro operazioni con il commercio della droga. "Prima erano presenti solo nello Stato di New York e in Florida, ora sono in forte crescita, tanto da costituire una minaccia per la sicurezza nazionale", confermano gli investigatori americani. Sono cresciute nel silenzio, muovendosi sotto traccia, senza mai dare fastidio.

Il boss guerrigliero
Prima di scendere a patti con i messicani, per decenni le 'ndrine hanno collaborato con i cartelli colombiani. Erano gli unici ad avere basi in Colombia. Giorgio Sale, un imprenditore romano, per esempio, trattava direttamente con Salvatore Mancuso, l'ex capo delle Auc, l'Autodefensas Unidas de Colombia, una ciurma di narcos in tuta mimetica. Trattava per conto della 'ndrangheta l'acquisto di droga, occupandosi anche del riciclaggio del denaro sporco in mano ai paramilitari colombiani. "Il giro d'affari era di 7 miliardi di dollari l'anno", ha ammesso Mancuso, il quale, prima di finire in un carcere americano con l'accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, stava progettando di trasferirsi in Italia, il paese dal quale era emigrato il padre, originario di Sapri, in provincia di Salerno. In una conversazione intercettata dalla polizia italiana, Sale parla di una ingente somma di denaro che Mancuso era andato a ritirare: "1.800 milioni (...) la prima tranche del cinquanta per cento". Soldi, montagne di soldi, destinati a diventare villaggi turistici, soprattutto in Toscana, attività imprenditoriali pulite, ma che servivano anche per acquistare un palazzo che si affaccia sui giardini del papa.


L'ultima frontiera
"Oggi il problema della 'ndrangheta non è quello di fare soldi, ma di giustificarne la ricchezza", spiega il tenente colonnello del Raggruppamento speciale operativo (Ros) dei carabinieri Valerio Giardina, l'uomo che ha catturato Pasquale Condello, detto 'il Supremo', uno dei boss più potenti della 'ndrangheta. Condello leggeva Gabriel García Márquez e cenava con ostriche e champagne. Nell'appartamento dove è stato arrestato, dopo vent'anni di latitanza, gli uomini del Ros hanno trovato un manuale del 'Sole 24 Ore', una sorta di vademecum su come e dove investire senza rischi. Perché i capi dei calabresi sono tradizionalisti in casa e innovatori nell'intuire le potenzialità all'estero. Dopo le Americhe, l'Oceania, l'Europa e l'Asia, l'Africa è diventata la nuova Tortuga, l'ultimo tassello nel risiko delle 'ndrine, l'unica vera mafia veramente globalizzata.
Dopo i diamanti, la 'ndrangheta ha messo gli occhi sul coltan, il preziosissimo minerale che serve ad ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione: un elemento fondamentale per i telefonini. Per convincere i miliziani congolesi è bastato un carico di armi. "Por la plata lo que sea", come dicono in Colombia. Per i soldi qualunque cosa.

martedì 3 marzo 2009

Oggi immigrato domani clandestino

Fonte: Espresso.it
di Fabrizio Gatti

Licenziati grazie a un raggiro. Lasciati a casa senza tutele. Migliaia di lavoratori stranieri restano senza stipendio. E non possono rinnovare i permessi di soggiorno. Una situazione esplosiva

Bastano poche parole per far fuori un immigrato: "Non c'è lavoro, stai a casa qualche giorno". Al momento sembra una richiesta legittima. Invece è lo stratagemma con cui molte aziende del Nord stanno tagliando sul costo del personale. Dopo tre giorni scatta il licenziamento per assenza ingiustificata. E quando il malcapitato se ne accorge, è troppo tardi.

In provincia di Venezia una ditta ha messo in ferie i dipendenti. Tra loro una ragazza ucraina: dopo quasi tre mesi senza stipendio, la ragazza decide di dare le dimissioni per cercare un'altra assunzione. Ma quando va a ritirare la liquidazione, scopre che ha perso arretrati e Tfr. Sull'ultima busta paga c'è scritto che ha consumato più giorni di ferie di quanti ne aveva maturati e ora è lei a dover pagare 980 euro al suo ex datore di lavoro.
Nelle pieghe del crack mondiale si nasconde un'Italia vigliacca.Imprenditori grandi e piccoli che hanno fatto fortuna e che adesso si sbarazzano degli stranieri come fossero macchine usate.La legge sull'immigrazione sembra fatta apposta: senza contratto di lavoro valido, il permesso di soggiorno può essere rinnovato solo per sei mesi.Poi, da un giorno all'altro, si diventa clandestini.
E poiché la crisi durerà più di sei mesi, secondo le organizzazioni sindacali lo scenario è spaventoso: migliaia di immigrati perderanno lo stipendio, l'opportunità di trovare un altro posto in regola, la possibilità di rinnovare l'affitto o di pagare il mutuo per la casa, il diritto di iscrivere o mantenere i figli a scuola, la garanzia per tutti i familiari di curarsi nelle mani di medici autorizzati a denunciare la loro presenza alla polizia.
Centinaia di romeni, polacchi, senegalesi, indiani e bengalesi stanno progettando di tornare nei loro paesi. Qualcuno è già partito, perdendo così anni di contributi Inps versati. Altri hanno mandato indietro moglie e bambini, preparandosi al peggio. Perdiamo i migliori, ci teniamo i criminali.
Il rischio riguarda anche le aziende, e sono la maggior parte, che rispettano le norme. È solo questione di tempo. Scaduti i termini della cassa integrazione e dei sussidi di mobilità, altri lavoratori stranieri si troveranno nella stessa condizione: andarsene dall'Italia con le famiglie e i figli che spesso parlano soltanto italiano, oppure diventare clandestini.

Una bomba a orologeria che riguarda tutti i quattro milioni di stranieri regolari, il 6,7 per cento della popolazione. Perché nessuno può ancora prevedere con certezza dove colpirà la crisi e quanti resteranno disoccupati.
Comunque la si prenda, il pericolo di tensioni tra italiani e immigrati è alto.

In provincia di Treviso un imprenditore con meno di 15 dipendenti ha trattenuto le operaie romene, più convenienti, e ha licenziato le colleghe italiane. Donne messe a casa dopo la pausa di Natale. E adesso per loro la disoccupazione è colpa degli stranieri che rubano lavoro ai veneti.

Ad Alà dei Sardi, in provincia di Sassari, un commando di otto persone qualche sera fa ha assaltato una casa abitata da romeni. Il gruppo ha minacciato una donna puntandole un coltello alla gola, picchiato due connazionali e devastato l'appartamento. Negli ultimi anni gli operai della Romania hanno sostituito i sardi che trovavano poco redditizio e troppo faticoso lavorare nelle cave della zona.
Quando i clandestini in Svizzera parlavano italiano, lo scrittore Max Frisch pronunciò una celebre frase: "Volevamo braccia, sono arrivati uomini".

Anche la nostra legge sull'immigrazione considera gli immigrati soltanto come lavoratori e non come nuovi cittadini. La Bossi-Fini è stata approvata nel 2002 in una fase economica di crescita. E davanti alla crisi è già un ferrovecchio. Non solo il rilascio, ma anche il rinnovo del permesso di soggiorno è infatti sempre vincolato all'esistenza di un reddito.
Una condizione che ha creato due categorie di persone. Un italiano può rimanere disoccupato a lungo, rifiutare le offerte di lavoro che considera non adeguate alla sua formazione o accettare contratti a breve termine.

Uno straniero in fase di rinnovo del permesso, documento che scade ogni uno o due anni, deve trovare un'assunzione entro sei mesi e possibilmente a tempo indeterminato. Altrimenti è costretto ad andarsene. Oppure a nascondersi.

Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha dichiarato che contro i clandestini bisogna essere "cattivi". Ma con la prospettiva di migliaia di lavoratori ridotti alla clandestinità, più che la cattiveria serviranno piani intelligenti o ammortizzatori sociali accessibili a tutti. E al momento, a parte la legalizzazione delle ronde, l'imposizione di una tassa di 200 euro e l'autorizzazione per i medici di denunciare gli irregolari, di progetti non se ne vedono.
A rischio sono anche gli stranieri con la carta di soggiorno, documento rilasciato con qualche difficoltà dopo oltre cinque anni di permesso e di lavoro regolare.

"Anche per il rinnovo della carta di soggiorno", spiega l'avvocato Domenico Tambasco di Milano, "devono essere rispettate tre condizioni: idoneità alloggiativa, reddito e assenza di condanne penali per reati che prevedono l'arresto. Se solo una di queste condizioni non è rispettata, la carta di soggiorno viene revocata e sostituita con un permesso di soggiorno temporaneo".
Ad Arzignano, provincia di Vicenza, l'immigrazione ha salvato le concerie.

Invece di delocalizzare le fabbriche all'estero, gli imprenditori della zona hanno chiamato manodopera straniera. Arzignano è un famoso modello di convivenza e convenienza: solo il 42,8 per cento degli oltre 10 mila 800 addetti nel settore pelle e cuoio è italiano, il 33,2 per cento arriva da paesi dell'Unione europea, il 24 da Stati extra Ue.
La crisi qui è cominciata nel 2007 con un aumento del 10,5 per cento delle ore di cassa integrazione rispetto al 2006 e del 227,6 per cento rispetto al 2002, anno di approvazione della Bossi-Fini. Dal 2002 al 2007 il settore ha perso 1.022 posti di lavoro. Idris Ouem, 58 anni, ex operaio in una conceria, arrivato dal Burkina Faso, è disoccupato dal 21 dicembre 2007. Per colpa dei ritardi del ministero dell'Interno nel rinnovo dei permessi, gli è sfuggita un'occasione di lavoro e ora è quasi un clandestino.
"Io ho famiglia e tre figli che vanno a scuola al mio paese. Ad Arzignano viviamo in tre in una stanza. Lavoravo nella conceria da nove anni. Sono arrivato in Italia nel '93. L'estate scorsa sono andato a Foggia a raccogliere pomodori. Poi sono tornato qua".
Come ci si procura da mangiare? "Si va in cerca da amici. Quello che lavora aiuta. Un euro, due euro, qualche euro".

Il permesso di soggiorno? "È scaduto nel novembre 2007, quando ancora lavoravo. Ho presentato la domanda alla questura di Vicenza. Dal 2007 non è ancora pronto. E ora che non lavoro la questura mi ha detto: porta la dichiarazione di lavoro e le buste paga.

Nel novembre 2007, quando lavoravo, le avevo già consegnate. Mi hanno detto: prima trovi lavoro e poi tu vieni. Io sono andato in una ditta, lì c'era lavoro. Mi hanno detto: prima porti il permesso di soggiorno. Allora come facciamo?". Tornare in Africa a 58 anni senza permesso rinnovato significa, per Idris Ouem, tagliare per sempre i legami con l'Europa. E perdere i contributi versati all'Inps dal 1993 al 2007.
I primi a soffrire la crisi sono anche i lavoratori con contratti a termine, assunti attraverso le agenzie di collocamento. Come Youssuf Oura, 45 anni, burkinabé, operaio metalmeccanico in Italia dal 2001, disoccupato dal luglio 2008, contratti di anno in anno, assunzione con un'agenzia, 800 euro al mese, otto ore al giorno, moglie e tre figli in Africa. Quando scade il contratto, né il suo principale, né all'agenzia gli spiegano che può chiedere il sussidio di disoccupazione. E quando scopre che può ottenerlo, sono passati tre mesi: allo sportello Inps gli dicono che ormai è tardi.
Gianfranco Refosco, sindacalista della Cisl, è responsabile dello sportello chimici ad Arzignano, ogni pomeriggio una coda di stranieri in corridoio e qualche italiano in cerca di aiuto, consigli, assistenza legale: "Con la crisi finanziaria si è aggravata la crisi del settore, che qui già c'era da un paio d'anni. Perché c'è un calo di consumi dei prodotti in pelle. Ma non siamo di fronte a una delocalizzazione. Queste sono aziende che perdono fatturato, perdono lavoro. È ancora più drammatico, perché gli stessi imprenditori questa crisi non sanno come gestirla. E i primi che pagano sono gli immigrati. Ci sono stranieri che hanno fatto il doppio investimento di far venire qui la famiglia e di comprarsi la casa. Adesso si trovano in condizioni insostenibili".

Islam Saiful, 37 anni, 15 in Italia, ex domestico, ex cameriere, ex calzolaio, ex fiorista, ex cuoco, ex metalmeccanico, ex operaio in subappalto in Fincantieri a Marghera per una ditta fallita, è disoccupato da un anno e mezzo. Saiful, che parla bene l'italiano, accompagna quasi ogni giorno alla Cgil di Mestre connazionali che sono stati truffati dal datore di lavoro.
"Ho sempre lavorato con contratti di tre, quattro mesi", racconta Saiful: "Ho tre figli nati in Italia, due gemelli di otto anni e una figlia di sette mesi. Mia moglie segue la famiglia. In questo momento mi aiuta mio cognato, che ancora lavora. E qualcosa l'assistenza sociale. La situazione degli immigrati nella zona di Mestre è un disastro. I paesani che sono arrivati in Italia per primi aiutano gli altri. Tutte le famiglie ospitano almeno un disoccupato. Ci sono stranieri che piangono perché non possono mandare soldi a casa. E c'è qualcuno che addirittura si fa spedire soldi dal Bangladesh per sopravvivere qui. Molti amici stanno rimandando indietro moglie e figli. Anch'io ci sto pensando".
La solidarietà tra connazionali è l'unico aiuto. Ma cosa succede se la catena si inceppa? "È una bomba a orologeria il cui timer è ormai innescato", dice Leonardo Menegotto, giovane direttore dell'ufficio stranieri della Cgil di Venezia: "Tra qualche mese persone che erano in Italia regolari da molti anni, improvvisamente si ritroveranno irregolari. Persone che ormai non avranno più una vita nel paese di provenienza e neanche in Italia. Mi chiedo, che cosa faranno?".
Proprio a Venezia e in provincia sono stati denunciati i casi di immigrati licenziati con lo stratagemma dell'assenza ingiustificata. Operai bengalesi, badanti moldave, muratori e autisti nordafricani: da gennaio almeno un caso al giorno. "Sono persone che a volte fanno fatica a capire l'italiano", spiega Menegotto: "Viene detto loro: vai a casa, aspetta la chiamata. Così vanno a casa e dopo tre giorni di assenza il datore di lavoro si è procurato il pretesto per licenziarli".
Rallenta la macchina economica anche in provincia di Treviso. Pur mantenendo il tasso di disoccupazione al 4,5 per cento, tra i più bassi in Italia. Nel 2008 sono stati persi 3.800 posti di lavoro. Oltre 15 mila i disoccupati iscritti ai centri per l'impiego: il 30 per cento sono stranieri. Gli immigrati regolari in provincia sono 87 mila su 850 mila abitanti, il 10,23 per cento. E non va meglio nel Nord-ovest e nel Lazio. Qui sono soprattutto romeni e polacchi a far le valige.

"La motivazione principale del controesodo è economica", spiega Fabio Rizzo, 28 anni, amministratore di forum su Internet per la comunità romena: "Meglio vivere la crisi in Romania che in altri paesi. Anche perché vivere in Italia richiede che entrambe i partner lavorino e diventa difficile avere tempo e abbastanza soldi per crescere un figlio. Molto più facile avere un bimbo in Romania. Molti vanno a svolgere l'attività che già svolgevano in Italia. Adesso non più da dipendenti, ma da imprenditori grazie ai risparmi accumulati".
Oana, 31 anni, dieci passati a Torino, ha lavorato e frequentato i corsi della Regione: contabilità, informatica, web-marketing e web-design. In Italia era arrivata con il fidanzato. Sono tornati insieme, hanno avviato un'impresa di pulizie e realizzano siti Internet. Ora aspettano un bimbo.
Francesca, 29 anni, impiegata italiana a Firenze, tra pochi mesi seguirà il fidanzato romeno che dopo tre anni in Italia ha vinto un concorso pubblico a Bucarest. Daniel è tornato in Romania nel giugno 2008: con la sua laurea in chimica e un diploma da programmatore ottenuto a Torino non riusciva a spuntare più di 800 euro al mese e i soliti contratti a termine. In Romania adesso Daniel guadagna l'equivalente di 1.300 euro.
Sul forum di Fabio Rizzo è apparso anche il post di Dagmar, 44 anni, tedesca: "Sono in Italia da 26 anni. Fino a qualche mese fa non stavo pensando di partire così presto. Più della crisi", scrive Dagmar, "è proprio il clima razzista e sempre più negativo in Italia a farci pensare di levare le tende. Sono libera professionista. Non farò più progetti in Italia, li farò in Germania e in Romania".

Camorra, blitz contro 20 persone scoperto patto con la 'ndrangheta

Fonte: Repubblica.it

Accordo per il rifornimento di droga con gli Strangio,
una delle famiglie di San Luca
Camorra, blitz contro 20 persone scoperto patto con la 'ndrangheta

Blitz anticamorra in provincia di Napoli, condotto dai carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna con il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. Una ventina le ordinanze di custodia in carcere al termine di un'inchiesta che ha messo in luce un accordo con la 'ndrangheta calabrese per lo spaccio di droga.
Le indagini, svolte su episodi che si sono verificati tra il 2004 e il 2005, hanno consentito di accertare le attività di più gruppi criminali, in collegamento tra loro, tra cui il clan 'Verde', capeggiato da Francesco Verde, detto ''o Negus', (ucciso in un agguato di camorra nel dicembre del 2007), attivo a Sant'Antimo, e i clan 'Spenuso' (legato anche al gruppo dei Casalesi) e 'Marrazzo', referenti per i Verde nei comuni di Grumo Nevano e Casandrino.
Oggetto dell'indagine, anche le attività del clan 'Aversano' (capeggiato da Vincenzo Aversano, soprannominato 'Zig-zag') attivo a Grumo Nevano, in contrapposizione agli 'Spenuso'. Accertate inoltre estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori di Sant'Antimo e Casandrino. Le indagini hanno consentito di identificare alcuni canali di riciclaggio dei proventi delle attività criminali dei clan.
In particolare, i carabinieri hanno disarticolato la piazza di spaccio di droga di Grumo Nevano nel parco 'Ice Snei' ed hanno individuato il canale di approvvigionamento, che giungeva in Italia seguendo la rotta attraverso la Spagna, il Belgio e l'Olanda, con il coinvolgimento di trafficanti napoletani e calabresi residenti a Bruxelles e appartenenti alla famiglia mafiosa calabrese degli Strangio.

Miracolo alla buvette dei senatori i prezzi "politici" calano del 20%

Fonte:Repubblica.it

Appalto unificato ristorante-bar e la ditta ritocca il listino
I prezzi scendono del 20%, il caffè a quaranta centesimi

I questori: sul bilancio effetto zero. I servizi di risto-razione nel 2008 sono costati quasi un milione e mezzo di euro

ROMA - La pasta al ragù di ieri dicono fosse ben condita e cotta al punto giusto. E pagarla 1,50 centesimi anziché 1,80 l'ha resa ancora più buona. Carne tenerissima e speziata come si deve per il roast beef servito per secondo. Due euro e non più 2,50. E che dire del caffè? Precipitato a 42 centesimi anziché i 50 pagati fino a venerdì scorso (e che nel famoso bar accanto Palazzo Madama vola a 1 euro per i comuni mortali). Da oggi, quando come ogni martedì torneranno al lavoro dal lungo weekend, i 315 senatori si imbatteranno nella novità che di questi tempi vale doppio: sconto del 20% per tutti i prodotti serviti in buvette.
Sì, la novità è quella: dentro il palazzo che è stato dei Medici e di Margherita d'Austria e che ospita uno dei due rami del Parlamento, a differenza di quanto accade fuori e a dispetto delle indennità complessiva da 14 mila euro dei suoi inquilini - i prezzi da ieri mattina anziché aumentare sono diminuiti. Svolta che matura nel giorno in cui crollano le borse, vengono ufficializzati il tracollo del pil 2008 e l'inflazione all'1,6%, insomma fa un certo effetto. Ma va pure detto che al "miracolo" del Senato non corrisponderà un aggravio per le casse pubbliche.
L'aggiornamento al contrario del prezziario, si affrettano a precisare i senatori questori, è dovuto all'avvicendamento nella gestione della buvette. Infatti, da ieri è subentrata alla vecchia ditta quella stessa multinazionale "Compass group" che già gestiva da 15 anni il ristorante dei senatori. Prezzi "politici" anche lì, com'è noto, fermi però da qualche tempo.
Invece, al bar del primo piano di fronte l'aula, accessibile solo a senatori, funzionari e giornalisti, tac, si taglia di un quinto. Mantenendo ferma per il momento la voce di spesa del bilancio di Palazzo Madama, che per la voce "ristorazione dei senatori" nel 2008 ha comportato un esborso da 1 milione 427 mila euro.
"No, la crisi con le riduzione non c'entra. Abbiamo affidato per cinque mesi la gestione a una società che garantiva il medesimo servizio con costi ridotti - spiega il questore Benedetto Adragna (Pd) - C'è già un bando di gara che tra poco tempo ci consentirà di affidare tutti i servizi di ristorazione al medesimo soggetto, con un notevole risparmio". In attesa, subentra la Compass group. "La nostra è una multinazionale, sia chiaro - precisa il direttore del ristorante e della buvette, Giovanni Moralli - e grazie a una serie di economie interne, grazie alle cucine del ristorante di cui già disponiamo nell'edificio, abbiamo potuto garantire l'ulteriore sconto sui prezzi. Partecipiamo alla gara e speriamo dunque di restare".
Il ribasso è minimo ma si nota, considerate le cifre già modeste. Elenca il direttore, giusto per farsi un'idea: una spremuta da 1,20 euro a 92 centesimi; panino col prosciutto da 1,50 a 1,17; il tramezzino da 1,20 euro a 96 centesimi; il cappuccino da 0,70 a 58; il the con fette biscottate, gettonatissimo al pomeriggio dalle onorevoli senatrici, da 1 euro a 84 centesimi. E poi tutto giù del 20%, appunto, il liquore come l'aperitivo a 0,93, il pasticcino a 0,46, la birra a 1,60.
"La cosa veramente scandalosa è che noi, al bar dei dipendenti al piano di sotto, riservato ai lavoratori, pagheremo adesso di più" lamentava un impiegato ieri pomeriggio sventolando tanto di scontrino. Poca cosa in più: la spremuta giù costa 1,10 euro, il cappuccino 0,60, roba di pochi centesimi, ma è il segnale che a loro no va.
"Diciamo la verità, non sono quei pochi centesimi che d'ora in poi risparmieremo che cambieranno la vita di noi senatori - prova a minimizzare una vecchia guardia come Carlo Vizzini (Pdl), presidente della commissione Affari costituzionali - Chi mangia in buvette, contrariamente a quanto si pensa fuori, è un disperato come me, che mangia sempre in piedi come un cavallo perché non ha il tempo di sedere al ristorante. Detto questo, certo, è un'operazione virtuosa a costo zero per il Senato che rischia però di avere un pessimo impatto all'esterno. Si ritirerà fuori la storia della casta. Il momento magari non era dei migliori, ma conta il fatto che sia a costo zero".
Sorpreso il dipietrista Francesco "Pancho" Pardi. "Ma sul serio hanno tagliato i prezzi? Ma erano già bassi! Non è che ne avessimo bisogno, inviterei i vertici del Senato a risparmiare, sì, ma in settori più strategici che non a vantaggio della nostra pausa caffè".

sabato 14 febbraio 2009

Rai "Annozero", Gasparri contro Santoro: "Lui e Vauro due volgari sciacalli"


Il presidente dei senatori Pdl lancia frecce avvelenate contro il giornalista e il vignettista
La rivolta dell'opposizione: "La maggioranza si appresta ad epurare la Rai ". E oggi sul sito della trasmissione compare la vignetta che ha fatto infuriare il senatore"Santoro e il presunto comico Vauro sono due volgari sciacalli".
Il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri lancia frecce avvelenate contro la puntata di Annozero andata in onda ieri sera."Vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini", dice Gasparri riferendosi al conduttore della trasmissione e al vignettista. "Gente così offende la verità, alimenta odio e merita solo disprezzo totale della gente perbene. Colpa di gestori della Rai che per fortuna stanno per essere cacciati come meritano".A mandare su tutte le furie Gasparri è stata la vignetta proposta alla fine della puntata dedicata a Eluana e al rischio di un nuovo "bonapartismo". Nel disegno la matita acuminata di Vauro ritrae un presidente dei senatori del Pdl un po' stralunato. Sotto, la scritta "Anche Gasparri chiede un minuto di silenzio" e lui che commenta "Così si sentono meglio le stronzate che dico". Anche prima, durante la trasmissione, il conduttore aveva più volte citato Gasparri e il suo attacco al presidente della Repubblica per non aver firmato il decreto sul caso Englaro.
Michele Santoro e Vauro Senesi non replicano direttamente alle parole pesanti del senatore, ma oggi sul sito del programma pubblicano la vignetta incriminata, nella rubrica "Vaf" (valutazioni a freddo).
Si ribella invece l'opposizione che accusa Gasparri di "convincimenti reazionari". "Non c'è niente da fare. Il presidente Gasparri non riesce nemmeno a concepire che la si possa pensare diversamente da lui e dai suoi convincimenti reazionari", ha detto Fabrizio Morri, capogruppo del Pd in commissione vigilanza Rai.
E Silvana Mura, deputata dell'Italia dei valori, afferma che le dichiarazioni di Gasparri svelano "che la maggioranza si appresta ad epurare la Rai. Viene da dire che sulla Rai tutto procede come da copione".

domenica 8 febbraio 2009

Euronorevoli fannulloni

Fonte: Espresso.it
di Emiliano Fittipaldi

Sono i meno presenti e i più pagati. La metà degli eletti si è dimessa per tornare in patria. Non partecipano ai lavori. Ecco il primato negativo degli italiani a Strasburgo. Dove si decide il nostro futuro C'è seduta plenaria all'Europarlamento, ma Gianni De Michelis è a Roma. Non tenta nemmeno di giustificarsi. "La seduta a Strasburgo di oggi? Ma lo sanno tutti che quelle del lunedì non contano niente. Parto domani".
In effetti lunedì non si vota, ma inglesi, francesi e tedeschi stanno discutendo importanti dossier su energia, commercio, economia e discriminazione etnica. A guardare bene, il deputato socialista è stato poco assiduo anche altri giorni della settimana: durante la legislatura che sta per finire una volta su due ha saltato gli incontri al Parlamento.
"Senta, il mio personale obiettivo era quello di tornare nelle istituzioni nonostante l'accanimento dei giudici, ed essere ammesso nel Partito socialista europeo. Ci sono riuscito".
Pure Vito Bonsignore, eletto con l'Udc e poi passato in Forza Italia, 45 per cento di assenze, è in altre faccende affaccendato. "In questo momento sta parlando in un convegno sul programma elettorale per le amministrative in Val di Susa, non posso passarglielo", dice l'assistente. La plenaria è iniziata da un pezzo, Bonsignore parla a Torino. Chi è partito, ma a sera inoltrata è fermo a Lione in attesa della coincidenza, è l'ex diessino Mauro Zani.
Nessuna relazioni in quasi cinque anni di attività. "Lasci perdere le presenze, il lavoro vero si fa a Bruxelles, nelle commissioni. Gli italiani disertano anche quelle? Non posso contestarlo, non frequento quelle degli altri. Di sicuro posso dirle che in Europa contiamo come il due di coppe quando briscola è bastoni. Zero relazioni all'attivo? Guardi che se uno vuole farle basta che si metta in fila...".
Iva Zanicchi, di Forza Italia, di fare la coda non ci pensa proprio. È stata ripescata a maggio, e in otto mesi ha collezionato 23 assenze (su 43 plenarie a disposizione), e un solo intervento sulla povertà nel mondo. Quando squilla il telefono la cantante è a Milano, l'Europa è lontana. "Sta facendo una visita, solo un controllo per l'influenza, la faccio richiamare", dice gentile l'addetto stampa. Sanremo si avvicina, Iva vuole essere in forma. Convocata da Paolo Bonolis, ha cantato 'Ti voglio senza amore', la storia di una donna che decide di smettere di soffrire e comincia a fare sesso senza preoccuparsi dei sentimenti. "Certo che sta provando la canzone. Ma al Festival parteciperà a titolo gratuito, lo scriva".
De Michelis, la Zanicchi e gli altri assenti giustificati e non, che tra indennità e spese varie incassano più di 35 mila euro al mese, sono in ottima compagnia. Rispettando la tradizione, anche nella legislatura in corso gli eurodeputati italiani restano tra i più assenteisti d'Europa.
Secondo i dati ufficiali del Parlamento europeo, che sul sito pubblica l'elenco dei presenti per ogni plenaria (e sono appena 60 l'anno), i nostri eletti sono rimasti a casa una volta su tre.
'L'espresso' ha preso in considerazione le sedute tenute a Strasburgo e a Bruxelles dal luglio 2004 al 15 gennaio 2009, parametrando le presenze anche in relazione al periodo in cui i deputati sono rimasti in carica: se secondo uno studio Acli nel periodo 1999-2004 l'Italia era fanalino di coda con il 69 per cento di presenze sul totale delle assemblee (i finlandesi, primi, sfioravano il 90 per cento; i francesi, benché penultimi, ci staccavano di 10 punti), nella legislatura corrente siamo migliorati di appena un punto.
I calcoli non sono facili, anche perché i politici italiani considerano le aule europee poco più di un albergo: sui 78 parlamentari iniziali, solo 48 sono tuttora in carica. Trenta, quasi tutti i big, sono andati via in cerca di poltrone migliori, sostituiti dalle seconde file. Di questi, sei sono fuggiti dopo poche settimane, a loro volta rimpiazzati da altri peones. In tutto gli italiani che hanno bivaccato a Bruxelles sono 114, una truppa indisciplinata che è entrata e uscita dalle commissioni come se fosse in un autogrill.
Ancor più gravi delle assenze, sono i tassi scandalosi di produttività: 61 deputati non hanno mai presentato una relazione (che, a differenza delle inutili interrogazioni, sono testi 'legislativi' o 'di indirizzo'), e 17 non si sono mai scomodati ad aprire bocca in assemblea. I sei europarlamentari ciprioti, che guadagnano un quarto degli italiani, sono intervenuti più di tutti i 'fuggitivi' e i loro sostituti messi insieme. In totale un esercito silenzioso di 76 persone.
La delegazione slovena, sette persone che prendono un terzo dei nostri eletti, ha portato a casa più relazioni e dichiarazioni di tutti i 36 italiani entrati a Strasburgo grazie agli avvicendamenti. Squadernando la classifica dei partiti, poi, si capisce perché i parlamentari del Pdl siano stati tra i pochi ad aver votato contro la proposta del radicale Marco Cappato, che costringerà nel futuro prossimo venturo le istituzioni a una maggiore trasparenza: se gli euroscettici della Lega non hanno rivali, grazie a un tasso di assenze medio del 43 per cento, i 'virtuosi' sono i Verdi, quelli di Sinistra democratica, i comunisti del Pdci e quelli di Rifondazione.
Deputati diligenti che, a causa dello sbarramento al 4 per cento voluto da Berlusconi e Veltroni, alla tornata elettorale del 6 giugno rischiano il posto. A vantaggio di An, Forza Italia e Pd, partiti infarciti di fannulloni con percentuali di assenza che in qualche caso superano il 70 per cento.
Arance e cinghiali
Nel quadro desolante, non sorprende che Adriana Poli Bortone sia rimasta a Lecce due volte su tre: caso unico nel Continente, la legge italiana permette a sindaci e presidenti di provincia di ricoprire anche l'incarico a Bruxelles.
La Poli Bortone, durante il mandato, non si è fatta mancare nulla: era contemporaneamente vicepresidente dell'Anci, coordinatrice del partito in Puglia, fondatrice della scuola di formazione dei dirigenti di An, prima sindaco e poi vicesindaco della sua città, presidente dell'Agenzia per il patrimonio culturale euromediterraneo. Ovvio che per le plenarie ci fosse poco spazio in agenda. Giorgio Carollo, ex forzista, di tempo invece ne aveva. Ma negli ultimi anni si è occupato soprattutto del suo nuovo movimento politico, Veneto per il Ppe. Nel suo carniere non c'è traccia di interventi o relazioni, nonostante il deputato sul sito prometta ai fan "di tenerli aggiornati su tutte le iniziative che prenderemo". Attento ai settori della pesca e dell'agricoltura, nel 2004 in campagna elettorale si è fatto notare come organizzatore di un corso contro l'invasione di cinghiali abusivi nei boschi veneti.
Anche Nello Musumeci della Destra, tra gli italiani più assenti, nel suo ultimo intervento in aula si è occupato di agricoltura, chiedendo all'Europa unita il riconoscimento della Dieta mediterranea come patrimonio dell'Unesco. "L'arancia rossa di Sicilia, unica al mondo per i suoi pigmenti ricchi di sostanze antiossidanti", ha ribadito, "occupa un posto d'onore tra i prodotti della dieta".
I lobbisti che difendono gli interessi delle aziende italiane sono disperati. "Abbiamo pochissimi interlocutori", racconta un pr che preferisce restare anonimo, "la maggioranza dei nostri non sa nemmeno parlare inglese, non sono capaci di difendere le proposte e gli emendamenti in riunione. Non vanno alle sedute di gruppo, disertano le commissioni economiche perché sono troppo tecniche. Invece di gente preparata, qui arrivano leader che devono svernare, politici trombati, fratelli di potenti e seconde scelte. E se tra quadri intermedi e uscieri facciamo furore, a livello di direttori generali facciamo pena. Nonostante l'importante nomina di Marco Buti agli Affari economici, il peso specifico resta inferiore a quello di Olanda e Irlanda. Paradossalmente comandiamo l'ufficio 'Traduttori e interpreti'".
I primi della classe "Neugierig auf mein tagebuch?", dice dal suo sito un sorridente Sepp Kusstatscher. Non è uno scherzo: l'europarlamentare italiano più affidabile (che invita a leggere il suo diario online) parla in tedesco. Sudtirolese, teologo ed ex esponente della Svp, è passato nei Verdi altoatesini, e tra i nostri detiene il record di presenze: 272 plenarie su 274, percentuale del 99 per cento.
"Meglio dei finlandesi", sospirano i funzionari tricolori, tra cui Sepp è un mito, una bandiera, una mosca bianca. Anche Pasqualina Napoletano è tra i pochi italiani rispettati dai colleghi stranieri. Praticamente sconosciuta in patria, nonostante sia stata a capo della segreteria di Veltroni ai tempi del primo governo Prodi, fa la terapista del linguaggio ed è stata eletta tre volte a Strasburgo. Una stakanov che è diventata vicepresidente del Pse, con la responsabilità della politica estera, e che ha lasciato il Pd per la Sinistra democratica.
Quarto in classifica, dopo il rifondarolo Musacchio, c'è Luca Romagnoli, che riscatta l'onore degli altri parlamentari di estrema destra: il geografo che insegna alla Sapienza, accusato di essere un negazionista dell'Olocausto, ligio al dovere è mancato solo sette volte su cento, e ha straparlato con 238 interventi in plenaria.
Solo Mario Mauro ha premuto il pulsante rosso più volte di lui: ben 357. Il forzista di Comunione e liberazione non è solo un fanatico delle chiacchiere, ma uno dei parlamentari più seri in circolazione: l'ultima battaglia, combattuta insieme al democrat Gianni Pittella, è per raccogliere le firme necessarie a varare gli eurobond, le obbligazioni che permetterebbero ai paesi Ue di continuare a investire in infrastrutture nonostante la crisi.
Hotel Strasburgo
Per il resto, i successi degli nostri deputati sono davvero pochini. Non solo per la svogliatezza, come ha chiosato Gian Antonio Stella, con cui partecipano ai lavori, ma anche perché spesso e volentieri abbandonano Strasburgo per altri lidi.
Un posto a Montecitorio, la presidenza di una Regione, un'assessorato, una trasmissione televisiva, qualsiasi cosa è preferibile al tedio dell'Europarlamento. Complice, forse, anche il rigido clima nordico, in quattro anni e mezzo su 78 seggi a disposizione l'Italia ha visto fuggire ben 36 parlamentari.
Dopo di noi i francesi, con 11 abbandoni. I tedeschi, con 99 seggi di diritto, contano appena otto fuggitivi, gli inglesi solo cinque. Inutile invocare le elezioni politiche del 2006 e del 2008: nel quinquennio si è votato quasi in ogni Stato membro, ma quasi nessun europarlamentare straniero si è sognato di lasciare Strasburgo.
I nostri big, al contrario, si mettono in lista per fare da specchietti per gli elettori, ma appena possono lasciano il posto a sconosciuti. Per il Paese il turn-over selvaggio è un disastro. In Parlamento vengono emendate tutte le decisioni della Commissione Ue, e nelle commissioni si decidono norme che diventeranno leggi nazionali. "L'altro ieri", ricorda il lobbista, "a causa delle pressioni di inglesi, francesi e altri ci siamo giocati un pacco di milioni, che invece di cantieri nazionali andranno a finanziare opere strategiche straniere".
I primi a lasciare sono stati Ottaviano Del Turco e Mercedes Bresso, eletti nel 2005 governatori di Abruzzo e Piemonte.
Sono stati sostituiti da Vincenzo Lavarra e dall'ex calciatore Gianni Rivera. Stessa scelta per l'Udc Antonio De Poli, che non ha resistito a un'assessorato regionale alle Politiche sociali offerto dal neo presidente Giancarlo Galan.
Michele Santoro, con all'attivo zero relazioni e due interventi due in aula, tediato dall'esperienza dopo appena un anno e mezzo ha lasciato baracca e burattini per partecipare allo show di Celentano 'Rockpolitik'.
Il sostituto, Giovanni Procacci del Pd, è riuscito a fare peggio: nessun intervento, niente relazioni, 45 per cento di assenze, dopo cinque mesi viene eletto in Parlamento e lascia la poltrona a Donato Veraldi. Per molti un miracolato, su Internet viene definito "il parlamentare europeo calabrese più votato nella storia".
La grande fuga
Le elezioni dell'aprile 2006 che riportano Romano Prodi al governo svuotano il team di centrosinistra di tutte le punte. La girandola fa venire mal di testa.
Enrico Letta va a sostituire lo zio Gianni come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Massimo D'Alema lascia la delicata presidenza della delegazione per le relazioni con il Mercosur (la Cee del Sudamerica) e diventa ministro degli Esteri. Al loro posto Gianluca Susta e Andrea Losco, da sempre vite da mediani.
Fanno le valigie, senza lasciare rimpianti, anche Bersani, Cirino Pomicino, la Bonino e l'Ucd Cesa. Per la sostituzione di Di Pietro, altro campione di assenze, scoppia addirittura una guerra. Il posto e il lauto stipendio toccherebbero ad Achille Occhetto, che nel 2004 aveva lasciato spazio a Giulietto Chiesa. Ma il leader dell'Italia dei Valori, la cui amicizia con Occhetto è intanto finita sotto montagne di carte bollate, pretende che la sua poltrona sia assegnata al fedelissimo Beniamino Donnici. L'ex segretario del Pds ha rinunciato anni prima, questa l'accusa, e ora non può tornare sui suoi passi. Un voto ad hoc in plenaria è favorevole a Occhetto, Di Pietro insiste e si rivolge nientemeno che alla Corte di giustizia europea. "Si tratta di un affare di Stato che se sottovalutato", esclamava, "rischia di calpestare le basi costituzionali della nostra sovranità". Il tribunale accoglie il ricorso di Donnici, il resto d'Europa assiste sconsolata.
Contro ogni logica a Strasburgo fanno una breve visita anche Corrado Gabriele, che resta 40 giorni prima di tornare a fare l'assessore con Antonio Bassolino, e il leghista Gianpaolo Gobbo, che fa una capatina ma poi preferisce indossare la fascia di primo cittadino di Treviso. Il curriculum europeo del piddì.
Giuseppe Bova segnala due presenze in due mesi: famoso in Calabria per aver querelato i ragazzi del movimento antimafia di Locri, ha preferito rimanere presidente del Consiglio regionale.
Superassenteista giustificato Umberto Bossi, che dopo l'ictus è andato a Strasburgo 21 volte (per le elezioni di giugno conta di ricandidarsi come capolista), mentre poche scuse possono accampare Alessandra Mussolini e Lilli Gruber, che prima di preferire il Parlamento e la conduzione di 'Otto e mezzo' non si sono certo distinte per iperattivismo.
Anche il ministro Renato Brunetta non può fare la morale: assente una volta su tre, nessuna relazione all'attivo. Non ha fatto meglio la sua sostituta, quella Elisabetta Gardini che faceva il portavoce di Forza Italia e che in Europa ha aperto bocca solo una volta e si è fatta vedere di rado.
Il modello 'porte girevoli' inventato dagli 'italians' di Strasburgo tocca quota 36 avvicendamenti lo scorso novembre, quando viene regalata anche ad Antonio Mussa, oncologo di An, l'ebbrezza di una gita nelle aule Ue. Mussa deve ringraziare Romano La Russa.
Il fratello del ministro Ignazio lo scorso giugno non ha potuto resistere alla chiamata di Roberto Formigoni, che lo ha voluto assessore regionale. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche come europarlamentare (ha mantenuto il doppio incarico per mesi, chissà come si sarà regolato con gli stipendi) è stata nel campionato di 'Calciobalilla umano': La Russa era la stella del team Italy and friends. Non ci sono tabellini delle partite, ma da Bruxelles giurano che la squadra italiana, almeno con il pallone tra i piedi, si è fatta valere.

sabato 17 gennaio 2009

mercoledì 14 gennaio 2009

Mafia, annullato il carcere duro per il boss stragista Mimmo Ganci

Da un articolo di Repubblica.it


Si tratta del figlio del capomandamento della Noce, Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina.

Il provvedimento è stato emesso il 30 dicembre

I giudici del tribunale di sorveglianza di Roma hanno annullato il 41/bis, il carcere duro, al boss stragista Mimmo Ganci di Palermo.

Il provvedimento è del 30 dicembre, ma la notizia è stata diffusa solo oggi. Il mafioso è detenuto nel carcere di Rebibbia perché deve scontare condanne all'ergastolo, molte delle quali definitive, in particolare per le stragi e alcuni delitti eccellenti compiuti in Sicilia.

I difensori del killer nei mesi scorsi avevano chiesto al tribunale di sorveglianza l'annullamento del carcere duro che è poi stato accolto dal tribunale. Domenico Ganci, detto Mimmo, è accusato di oltre 40 delitti, ed è considerato uno dei più pericolosi sicari di Cosa nostra. E' figlio del capomandamento della Noce, Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina. Ganci è detenuto dal giugno 1993 ed è stato condannato per la strage di Capaci del 1992.


Mi chiedo come si possa revocare il 41bis ad uno che ha ucciso e compiuto molte stragi tra le quali gli attentati a Falcone e Borsellino. Uno Stato democratico dovrebbe garantire la pena per questi animali-uomini, che hanno ucciso i migliori uomini/eroi della storia italiana del Novecento, secondi solo ai partigiani.
Invece...
Nel 1992, all'indomani delle stragi di Capaci e di via d'Amelio,l'Italia e la sua popolazione scesero in piazza e si schierarono contro la mafia o il cosiddetto Stato-Mafia, che non garantiva la sicurezza ai cittadini che lottavano in prima persona contro la criminalità organizzata.
Nel 2008 le cose sono ormai cambiate ..
Lo si deduce dalla notizia riportata qui sopra: gli organi governativi, a prescindere dallo schieramento, hanno perseguito e raggiunto una propria logica di potere che ha portato i cittadini ad essere assuefatti dalle opinioni altrui.
I cittadini non hanno più uno spirito critico che si muova a partire dalla verità, ma i giudizi di tutti vengono espressi solo in base a ciò che dice uno o l'altro politico.
Come diceva Licio Gelli in un'intervista: «Con la P2 avevamo l'Italia in mano. Con noi c'era l'Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia. Ora ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Il vero potere risiede nelle mani dei detentori dei Mass Media. Ho scritto tutto trent'anni fa».
Da queste poche righe si può comprendere la storia dell'Italia e il progetto geniale e ben riuscito che ha portato il nostro paese a essere comparato senza scalpore a un qualunque Stato dell'America del Sud.
Il problema risiede nel non capire quale sia il confine tra legalità e illegalità, dato che i politici in toto (destra, sinistra, centro, nord e sud), nel momento in cui vengono indagati da un pm (vd. De Magistris vs Mastella, Forleo vs Fassino o Gandus vs Berlusconi) promuovono decreti-leggi che vanno a sovvertire il rapporto tra giustizia (controllo) e politica (responsabilità).
L'unico nostro obiettivo, in quanto cittadini liberi, è quello di cercare di fare informazione in tutti i modi... non ci resta altro...
Quindi penso che informarsi, leggere, criticare e trovare soluzioni siano le nostre uniche armi per abbattere questo sistema di democrazia berlusconiana!


martedì 13 gennaio 2009

Sanità di padre in figlio

di Paolo Tessadri
Fonte: Espresso.it

Un gruppo di professori a tirare le fila dei concorsi medici in tutta Italia. E a pilotare i vincitori. Così le cattedre si regalano in famiglia. A danno dei malati. Ora una indagine della Procura mette nel mirino le università di Novara, Padova e Udine

Una fitta rete di amicizie, come la tela di un ragno: pochi baroni che condizionano interi settori della sanità. Dal cuore del Nord-Est. Epicentro i due policlinici di Udine e Padova, due prestigiose università.
A Padova gli inciuci baronali sono arrivati al punto che un uomo navigato come il professore di Chirurgia Ermanno Ancona, già vicesindaco della città e ascoltatissimo dal governatore Giancarlo Galan che ne ha fatto il suo consigliere numero uno per le faccende medico-scientifiche, aveva scritto il 10 maggio scorso ai colleghi una lettera assai imbarazzante: "Non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e dire che non esiste nella nostra Facoltà la questione etica. Non è la prima volta che alcuni colleghi aprono le porte dei propri gruppi di lavoro a figli od altri discendenti stretti, creando per loro un percorso accademico agevolato rispetto a quello degli altri comuni collaboratori. Quel che è certo è che questo costume umilia tutti gli altri docenti o aspiranti docenti che operano all'interno della struttura perché è la prova dell'esigua valutazione che si dedica al valore ed al merito all'interno della nostra facoltà. Ebbene è giunto il momento per dire che questo costume deve essere allontanato dalla Facoltà di Medicina di Padova prima di diventare uno degli argomenti di scandalo".
Profetiche le parole del consigliere di Galan. Perché di lì a poco ecco arrivare il siluro. Che parte da lontano.
E precisamente dalle 19 dell'otto novembre 2007 quando Antonio Ambrosiani, direttore della clinica di Ginecologia e ostetricia dell'ateneo, si trova contemporaneamente a cena al nono piano dell'Hotel Le Royal Meridien di Shanghai, ospite della Sigo, la società italiana di ginecologia e ostetricia, di cui era presidente, e in sala operatoria per un intervento di 'taglio cesareo complesso'.
Lo attesta un documento firmato da Erich Cosmi, medico della clinica, in cui compare Ambrosiani come primo operatore del cesareo. E qui iniziano i guai, perché le foto attestano, invece, che Ambrosiani è a Shanghai e il procuratore di Padova, Orietta Canova, indaga.
La Asl licenzia in tronco Gianfranco Fais, il medico responsabile delle sale parto che ha firmato i registri, e sospende il professore. Ma la macchina giudiziaria è partita. E avvia il ciclone di concorsopoli.
Che arriva a Padova e ad Ambrosiani partendo da Novara dove il procuratore capo, Francesco Saluzzo, ha aperto un'inchiesta sul sistema di consorterie che sovraintende all'assegnazione delle cattedre di ginecologia e ostetricia in buona parte del paese.
Protagonista è ancora Ambrosiani insieme a Nicola Surico, direttore di Ginecologia e ostetricia dell'ospedale universitario di Novara e professore ordinario alla facoltà di medicina della città. Secondo la procura, però, le riunioni di un gruppo di una trentina di medici avvenivano a Padova, in particolare nell'antica Biblioteca della facoltà.
Qui si sarebbero prese le decisioni sui concorsi. La Procura lavora su una serie di fax e mail. Come quella in cui, nel 2003, il professore di Padova scrive: "Carissimo, ti ricordo i nostri candidati". O ancora: "Elezioni professori ordinari-concorso a un posto di professore ordinario presso l'Università degli studi di Milano-Bicocca, il 'nostro candidato' Antonio Cardone". Che vinse. I documenti racconterebbero di una conventicola di professori legati ad Ambrosiani capaci di pilotare i concorsi di professore ordinario in Ostetricia e ginecologia un po' in tutt'Italia: da Foggia a Milano, da Brescia a Parma, a Roma.
A Foggia nel 2005 su cinque commissari , quattro erano membri del gruppo della Biblioteca; a Milano nel 2006, cinque su cinque.
E per prima cosa, i figli: Guido Ambrosiani è professore ginecologo a Padova nella stessa clinica del padre. La figlia di Surico, Daniela, invece, vince nel 2005 il concorso per ricercatrice di ginecologia proprio all'università di Novara, dove il padre è ordinario. I tre commissari di concorso che la assumono provengono tutti, caso rarissimo, da Padova.
Ha un bel da predicare Ancona: così fan tutti.
Anche nella vicina Udine dove va in scena la saga della famiglia Bresadola: tre membri all'università, altri tre in ospedale.
È dal 2005 che Daniele Franz, ex deputato di An, denuncia lo scandalo e considera:"Essere parente o affine del professor Fabrizio Bresadola risulta essere condizione non necessaria, ma sufficiente per ottenere un impiego nell'ambito del mondo accademico ed in particolare nella facoltà di medicina e chirurgia".
Fabrizio è il capostipite: fino a un anno fa era anche presidente dell'azienda ospedaliera Santa Maria della Misericordia di Udine e dal '97 dirige la clinica di Chirurgia generale ed è professore ordinario al dipartimento di Scienze chirurgiche. Insieme a lui lavorano il figlio Vittorio e la di lui moglie, Maria Grazia Marcellino, che ha trovato posto, anche lei, nella medesima clinica. E, per non fare differenze tra figli, ecco l'altro figlio di Fabrizio Bresadola, Marco, che è un filosofo. Ma ha la cattedra a medicina, Storia della medicina.
Curioso che Vittorio sia professore associato di chirurgia toracica e abbia conseguito l'idoneità alla selezione di professore associato nel 2001 quando in commissione, a Siena, sedeva Dino De Anna, collega del padre a Udine e coautore, insieme a Vittorio, di venti lavori presentati alla commissione di cui egli stesso fa parte.
Questo non si può fare, anche se nel valutare il collega Vittorio, il professor De Anna afferma che i lavori sono "in massima parte attribuibili allo stesso candidato". D'altra parte Dino De Anna è impegnato a far politica: due volte senatore per Forza Italia, fratello dell'assessore regionale Elio, fino a pochi mesi fa presidente della Provincia di Pordenone. De Anna fa politica e Bresadola l'accademico, ma entrambi sono nati alla stessa scuola, all'ombra del grande chirurgo ferrarese Ippolito Donini (il cui figlio Annibale, per inciso, è professore di Chirurgia a Perugia).
Suo allievo era anche Alberto Liboni, oggi professore di Chirurgia a Ferrara. Dove Liboni, nel 2006, gestisce un concorso di associato di chirurgia generale: della commissione fanno parte Fabrizio Bresadola e Mario Trignano, allievo di Bresadola e professore a Sassari. Chi vince la prova? Paolo Zamboni e Vincenzo Gasbarro che lavorano presso l'istituto di chirurgia generale di cui è direttore Liboni. Bresadola scrive del vincitore: "Di alto profilo l'attività operatoria". Paolo Zamboni è disabile e non opera più da circa dieci anni.

lunedì 5 gennaio 2009

Costituzione ad personam

Fonte:Espresso.it
di Marco Damilano

Liberismo. Federalismo. E infine Presidenzialismo. Ecco l'Italia che progetta Silvio Berlusconi. Dopo aver regolato i conti con i magistrati. E messo il bavaglio alle intercettazioni

C'è chi si è già portato avanti con il programma.
Il ministro delle Politiche agricole, il super-leghista Luca Zaia, per esempio: di recente ha fatto togliere dal suo ufficio del ministero di via XX settembre la foto di Giorgio Napolitano, il capo dello Stato che rappresenta l'unità nazionale.
Due istituzioni che nel 2009 potrebbero essere messe a rischio dalla girandola di riforme, costituzionali e non, che il centrodestra si prepara a mettere in campo nei prossimi mesi.
Si comincia il 20 gennaio, quando il federalismo fiscale fortemente voluto dalla Lega arriverà alla prova dell'aula del Senato.
Negli stessi giorni la Camera sarà impegnata in un altro disegno di legge che sta molto a cuore a Silvio Berlusconi, quello che vieta le intercettazioni.
Per poi passare alle partite successive: la giustizia, con la riscrittura di alcuni articoli della Costituzione.
E il piatto forte del menù berlusconiano: il presidenzialismo."L'obiettivo del nostro governo si può riassumere in tre parole: liberismo, federalismo, presidenzialismo".
Lo dichiarò il Cavaliere nell'aula di Montecitorio, era il 2 agosto 1994, e non si può negare che almeno in questo sia stato coerente.
L'elezione diretta del presidente della Repubblica è nei suoi piani da quando è entrato in politica, esattamente 15 anni fa, dal discorso della discesa in campo in tv, con la calza a coprire la telecamera e alle spalle una libreria, già allora presidenziale.
E ha ripetuto il suo credo nella conferenza stampa di fine anno: "È una riforma essenziale". Per poi frenare sui tempi di realizzazione: "Non abbiamo ancora esaminato il tema, non lo faremo nemmeno nel 2009. Ma nella seconda parte della legislatura bisogna arrivarci".
Ma c'è chi pensa che in realtà il presidenzialismo potrebbe essere messo in cantiere già nella seconda metà di quest'anno. Uno dei più fieri oppositori di Berlusconi, il deputato centrista Bruno Tabacci, ne è convinto: "Conosco bene Silvio. Se la crisi economica dovesse aggravarsi nei prossimi mesi, la tentazione di trovare una via d'uscita istituzionale per lui diventerebbe irresistibile".
E poi ci sono i tempi di approvazione: doppia votazione di Camera e Senato, a sei mesi di distanza. Se si cominciasse a discuterne nella seconda metà del 2009 la riforma arriverebbe ad approvazione alla fine del 2010, salvo intoppi: nella parte finale della legislatura, come annunciato dal Cavaliere, giusto in tempo per chiamare gli elettori a votare sul presidenzialismo all'italiana con il referendum confermativo previsto dall'articolo 138 della Costituzione.
Un passaggio che il premier già mette nel conto, anzi, auspica. Qualcosa di simile solo al referendum del '46 in cui gli italiani decisero tra Monarchia e Repubblica: ma in questo caso la scelta sarebbe pro o contro il Cavaliere che sogna di passare alla storia come il fondatore della Terza Repubblica italiana. Eletto al Quirinale a furor di popolo.
A interrompere la sua marcia trionfale, però, ci sono numerosi ostacoli. Non solo gli istituti di garanzia previsti dalla Costituzione in vigore, a partire dall'attuale presidente della Repubblica. Non solo i partiti dell'opposizione, da Casini a Di Pietro passando dal Pd, che minacciano di fare le barricate e potrebbero ritrovarsi uniti dalla battaglia comune.
A guastare i sonni del Cavaliere ci sono soprattutto i contrasti all'interno del centrodestra dove i presidenzialisti sono per ora in minoranza. Nel governo siamo al bricolage costituzionale, al fai-da-te delle riforme. Ognuno ha la sua: la Lega è contraria all'elezione diretta del capo dello Stato e molto più interessata a portare a casa il federalismo fiscale.
Per raggiungere l'obiettivo si sta ritagliando un inedito ruolo di mediazione con il Pd. Bossi, che nel governo Berlusconi è ministro delle Riforme, ha stoppato Berlusconi due volte in pochi giorni: la prima per bloccare la riforma della giustizia, che il premier voleva già prima di Natale per incassare il clima di discredito verso la magistratura provocato dalla guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro, la seconda per fermare sul nascere la tentazione presidenzialista del premier.
"Berlusconi il Quirinale deve meritarselo sul campo. Si misurerà sulle riforme", avverte un altro ministro leghista, Roberto Calderoli. E già, perché dopo l'approvazione del federalismo da parte delle Camere arriverà il momento dei decreti di attuazione che spettano al governo: è lì che potrebbe scattare lo scambio. L'accelerazione dei decreti patteggiato con il via libera della Lega al presidenzialismo: la trattativa è aperta.
L'altro alleato di Berlusconi, Gianfranco Fini, ha accolto le esternazioni del premier con un gelido silenzio (a differenza del presidente del Senato Renato Schifani, come sempre fedele a palazzo Chigi).
Per anni il presidenzialismo è stato il suo modello. Ma ora, da presidente della Camera, l'ex leader di An non perde occasione per professare la sua fede nel Parlamento e nel dialogo tra gli schieramenti: vedi la sua ultima uscita contro il "cesarismo" che ha fatto imbestialire Berlusconi.
A spaccare il centrodestra non c'è solo l'elezione diretta del capo dello Stato.
Le intercettazioni sono un'ossessione per il Cavaliere che ne parla in tutte le occasioni: visite all'estero, conferenze stampa, cene private.
Il disegno di legge uscito dal Consiglio dei ministri non va bene, troppo debole, ripete Berlusconi, "bisogna restringere le intercettazioni anche sulle indagini sui reati contro la pubblica amministrazione", ovvero escludere dal divieto solo i reati di mafia e terrorismo.
L'opposto di quello che predica la presidente della commissione Giustizia Giulia Bongiorno, ex avvocato di Giulio Andreotti e deputato di An, che è anche legale di Gianfranco Fini, considerata tra i più vicini al presidente della Camera: "Le intercettazioni vanno regolate, limitate, ma non si può impedire ai magistrati di utilizzarle".
Anche per reati come la corruzione, quelli che i falchi berlusconiani vorrebbero proibire.
Infine, nel calendario del 2009, ci sono i referendum elettorali di Mario Segni e Giovanni Guzzetta (un anno fa furono tra i motivi dell'uscita di Mastella dal governo Prodi, oggi non se li ricorda più nessuno) e la mini-riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo. Per ora è finita nel cassetto l'idea iniziale di Berlusconi: soglia di sbarramento al 5 per cento e abolizione delle preferenze. La prima modifica serviva a eliminare l'Udc di Casini, la seconda a far rispettare a tavolino gli equilibri interni al Pdl: il 70 per cento degli eletti a Forza Italia, il 30 ad An.
Con le preferenze il partito di Fini, molto più organizzato sul territorio, potrebbe strappare numerosi eletti in più e far entrare i forzisti in fibrillazione. Per questo, alla fine, non se ne farà niente.
E poi, ragionano gli strateghi del premier, se alle elezioni europee dovesse tornare la frammentazione politica, con la rinascita di partiti e partitini, non sarebbe un male. Sarebbe un ottimo spot per la riforma presidenziale.


Quella che dovrà trasformare la Repubblica italiana in una monarchia berlusconiana.

Regione, per la nuova sede spunta l'ipotesi delle tangenti (parte 1) E il dirigente onesto su ribellò "Questa volta vi distruggo" (parte 2)

Fonte: Repubblica.it
di Davide Carlucci


I fatti penalmente rilevanti sono stati portati all'attenzione del pm potentino Henry John Woodcock e poi trasmessi alla procura di Milano


Il costo dell´appalto del nuovo palazzo della Regione, a Milano, è stato «ampliato a dismisura rispetto ai costi iniziali». Grazie a una strategia concertata da Infrastrutture lombarde spa, emanazione della giunta regionale, con il coinvolgimento dei dirigenti del consorzio Torre, partecipata al 90 per cento dalla Impregilo.
È questa l´accusa alla base della nuova inchiesta della procura di Milano che ipotizza tangenti e apre un fascicolo su sette tra imprenditori e dirigenti delle società coinvolte.
Le accuse vanno dalla concussione, alla corruzione, dalla turbativa d´asta alla truffa e alle false fatturazioni.
L´indagine arriva a Milano - se ne occupano i pm Frank Di Maio e Paola Pirotta - come stralcio dell´indagine del pm John Woodcock sulle tangenti per le estrazioni di petrolio in Basilicata. L´anello di congiunzione è l´imprenditore Francesco Rocco Ferrara, già arrestato dai magistrati di Potenza ma coinvolto, si scopre ora, anche nell´affare da 185 milioni di euro per la realizzazione del grattacielo che con i suoi 167 metri, una volta realizzato sarà il più alto d´Italia. A Milano l´imprenditore ha avuto un subappalto per lo smaltimento degli idrocarburi che contaminavano il terreno su cui sorgerà il nuovo Pirellone.
Solo la metà degli otto milioni di euro da lui pretesi, però, erano congrui.
Quando il direttore dei lavori lo ha fatto notare, il consorzio lo ha allontanato. «Non mi hanno rinnovato il contratto», dice lui stesso in un´intercettazione con uno degli indagati. Sospette, secondo i carabinieri del Noe che hanno redatto il rapporto poi inviato a Milano, sarebbero state una serie di varianti ai lavori.
E poi c´è la «patologica non linearità dei rapporti» tra Antonio Rognoni, direttore generale della Infrastrutture lombarde spa, e i dirigenti della Impregilo, che decidono di far fuori un project manager, Lorenzo Porcari, che aveva da ridire sui costi delle opere.
Secondo l´accusa si sarebbe cercato di ritardare i tempi di consegna dell´opera, prevista per il novembre del 2009.
Dalle intercettazioni, però, emerge che proprio Rognoni teneva ad accelerare i tempi. «Abbiamo un pregiudizio sul fatto che quest´opera dev´essere finita nel novembre 2009», dice parlando con un uomo della Impregilo. E aggiunge, riferendosi al governatore Roberto Formigoni: «Quello lì va via, arriva un leghista, eh... Si va a inaugurare il grattacielo del leghista... Quindi figurati te quanto gli interessa a lui».
In un altro passaggio, però, Rognoni si rivolge con durezza a Luciano Ciapponi, uno degli indagati, dirigente dell´Impregilo e del consorzio CavToMi: «Vedrai che saltando io l´avrete anche voi il problema... e grave l´avete il problema».
Appreso dell´inchiesta che lo riguarda, Rognoni ha detto di essere «fiducioso nella magistratura» e «certo della correttezza della società».
Rognoni è a capo anche della Concessionaria autostradale lombarda, che ha affidato a Impregilo vari appalti: «Se è per questo, la società ha perso molte gare e ha presentato ricorso contro di noi. I tempi, li rispettiamo. E malgrado gli interventi migliorativi, resteremo nel budget. Con Ferrara i rapporti li ha gestiti la Impregilo».

Fonte: Repubblica.it
di Francesco Viviano


L'inchiesta potentina sugli appalti per il cantiere del Pirellone bis: nelle intercettazioni anche Ligresti e un colloquio con Berlusconi

Chi non era d´accordo a gonfiare fatture o approvare varianti veniva allontanato. Sia il Consorzio Torre (Impregilo) sia Infrastrutture Lombarde non volevano avere ostacoli per raggiungere i loro obiettivi che, secondo i carabinieri del Noe, evidenziavano «la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde, Antonio Rognoni e, Luciano Ciapponi, direttore tecnico della Impregilo».
E a sostegno di questo rapporto illecito nell´informativa trasmessa al pm potentino John Herny Woodcock, i militari hanno allegato intercettazioni che avvalorerebbero le ipotesi di reato. Intercettazioni dalle quali emergono anche i motivi che avrebbero provocato l´allontanamento di due ingegneri, Lorenzo Porcari che era direttore dei lavori del Consorzio Torre e Umberto Vasinton di Infrastrutture Lombarde.
Il 6 maggio 2008 viene intercettata una telefonata tra Umberto Vasinton e Giovanni Iannilli, responsabile uffici acquisti di Impregilo. Una telefonata animata, Vasinton si rifiuta di pagare fatture gonfiate ed irregolari.
U è Vasinton, I, Iannilli:
U. «Non posso fare il Sal (stato avanzamento lavori ndr) perché non ci sono tutte le fatture quietanzate.
I: «Tu non mi puoi obbligare a pagare in anticipo per farmi un Sal».
U: «Comunque una cosa è certa se non regolate le cose vi stendo sul tappeto tutti quanti.. Io ve rovino veramente stavolta lo sai perche´? perché voi siete tutti uomini non liberi io sono un uomo libero e stavolta vi distruggo».
E Vasinton, scrivono i carabinieri, sarà poi allontanato da Infrastrutture proprio per la sua intransigenza.
Un´altra conversazione intercettata fra Luciano Ciapponi (Impregilo) e Antonio Rognoni (Infrastrutture) riguarda le sollecitazioni del governatore Formigoni per la consegna della nuova sede. C, Ciapponi, R, Rognoni.
R: «Quest´opera deve essere finita a novembre 2009 eh.. è un pregiudizio evidente, perché quello li va via arriva un leghista e si va ad inaugurare il grattacielo del leghista.. Io sto andando dal Presidente della Regione, non dal signor Brambilla e domani sarò in difficoltà. E da domani cambia solfa perché se salto io salta tutto».
C: «Antonio ma questo è un ricatto, non mi puoi mettere sotto ricatto in questo modo.. ».
R: «E allora voglio la garanzia che tu arrivi al novembre 2009.. Non posso vivere sperando domani quando vado da Formigoni. Sai cosa mi fa il mio presidente domani sera alle sei davanti ad una contestazione di questo genere. Mi accusa di non dirgli le cose preventivamente».
Agli atti anche un´altra intercettazione. «Durante una conversazione tra Pirovano, ragionere Impregilo e un uomo sconosciuto compare - scrivono i carabinieri - la figura di Ligresti (che non è indagato ndr)».
Poi in un´altra conversazione tra Gaetano Salonia, S, e Cesare Caravaggi (della società Cns, controllata da Impregilo) interviene anche Ligresti, L, che era in compagnia di Caravaggi in Sardegna e che cita anche una sua conversazione con Berlusconi a proposito di una presunta "vittoria" imprenditoriale.
Caravaggi: «Aspetta che ti passo l´ingegnere Ligresti».
L: «Siete tranquilli adesso, con questa vittoria.. ».
S: «Noi sì perché abbiamo avuto sempre la coscienza a posto».
L: «Sì, sì, sì.. ma è stato un bel successo, riconosciuto eh, una roba. Ho parlato con Berlusconi ieri.. quando glielo ho detto, appena avuta la notizia è stato felice.. abbiamo fatto una bella cosa».