"Se diventa una fatica convincere un deputato a essere presente a Montecitorio tre giorni alla settimana, allora non ci possiamo lamentare delle critiche". Un giovane 'alfiere' del lavoro, gli studenti piu' meritevoli d'Italia, chiede a Gianfranco Fini del rapporto tra politica e antipolitica e il presidente della Camera non si lascia sfuggire l'occasione per rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia dall'avvio della legislatura: tempi e ritmi di lavoro del Parlamento devono essere in sintonia con quelli della societa'. Fini rifiuta l'antipolitica come "pregiudizio, qualunquismo" e ai giovani spiega: "chi dice che la democrazia e' inutile va combattuto", ma molte volte le critiche non sono "al 100 per cento immotivate. Spesso l'opinione pubblica ha dello motivazioni, come per esempio quando diventa una fatica portare un deputato alla Camera per tre giorni la settimana e complessivamente il Parlamento non brilla per efficienza. Questa non e' antipolitica, e' una critica di cui il Parlamento deve farsi carico. La forza dell'esempio e' importante".
Fonte: Repubblica.it
martedì 28 ottobre 2008
FINI: CERTE CRITICHE NON SONO ANTIPOLITICA
sabato 25 ottobre 2008
Cossiga: «Bisogna picchiare gli studenti e quei docenti che li fomentano»
Pubblico l’assurda intervista che Francesco Cossiga ha rilasciato ad alcuni quotidiani nazionali.

...Sentite sentite..... cosa si permette di dire un senatore a vita....
Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d’essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».
Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».
Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».
Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».
Dopo di che?
«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».
Nel senso che...
«Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».
Anche i docenti?
«Soprattutto i docenti».
Presidente, il suo è un paradosso, no?
«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».
E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».
Quale incendio?
«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».
E’ dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».
Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».
Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente...
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente»
giovedì 23 ottobre 2008
Se il dissenso è un reato
di EZIO MAURO

Lo testimonia l'attacco ai giornali e alla Rai fatto da un Premier editore, proprietario di tre reti televisive private e col controllo politico delle tre reti pubbliche, dunque senza il senso della decenza, visto che a settembre lo spazio dedicato dai sei telegiornali maggiori al governo, al suo leader e alla maggioranza varia dal 50,17 per cento all'82,25.
mercoledì 22 ottobre 2008
Clan nel governo
di Emiliano Fittipaldi e Gianluca Di Feo
Fonte: Espresso.it
"Era a disposizione dei casalesi". Così un pentito accusa Nicola Cosentino. E' il quinto collaboratore di giustizia a puntare il dito contro il sottosegretario all'economia. Che continua a rimanere al suo posto
Durante la mia latitanza molto spesso mi sono incontrato con l'onorevole Nicola Cosentino. Egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione...
Quando dice 'nostra' Dario De Simone parla dei casalesi, la più feroce organizzazione criminale campana. De Simone è stato uno dei loro capi: revolver alla mano, accanto al padrino Francesco Bidognetti ha ucciso una decina di persone.
Poi nel 1996 ha deciso di collaborare con i magistrati: le sue rivelazioni sono state determinanti per il maxiprocesso Spartacus.
Per gli inquirenti è un 'pentito' fondamentale, per il resto del clan un condannato a morte. Quando fa il nome di Nicola Cosentino, i killer gli hanno appena assassinato il fratello e il cognato. Ma va avanti: "L'onorevole aveva avuto espressamente il nostro aiuto per le sue elezioni, era a disposizione per qualunque cosa noi gli avessimo potuto domandare. Se gli avessimo chiesto un certo tipo di lavoro pubblico, non esisteva che potesse rifiutarsi". De Simone registra questa deposizione il 13 settembre 1996, dopo di lui altri quattro collaboratori di giustizia chiameranno in causa il politico di centrodestra, come ha riferito L'espresso nelle inchieste pubblicate nelle scorse settimane.
All'epoca Cosentino era appena riuscito a entrare in parlamento, oggi è sottosegretario all'Economia del governo Berlusconi e coordinatore campano del Pdl.
È indagato dalla Procura antimafia di Napoli, ma la sua posizione nell'esecutivo non è stata messa in discussione.
Lo stesso Paese che si mobilita contro i piani camorristici per uccidere Roberto Saviano, non si scandalizza per la poltrona occupata da un politico di Casal di Principe che cinque diversi pentiti hanno indicato come "a disposizione dei casalesi". E lo hanno fatto in tempi non sospetti. Il primo verbale che lo accusa risale al settembre 1996, l'ultimo al primo aprile 2008: tutti prima di diventare un uomo-chiave del ministero di Giulio Tremonti.
Il deputato viene indicato nel 1998 da Domenico Frascogna come postino insospettabile dei messaggi del capo dei capi, Francesco 'Sandokan' Schiavone; da Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, come candidato della famiglia nelle elezioni comunali e provinciali.
Nel febbraio 2008 da Michele Froncillo come il contatto per vincere le gare pubbliche. Infine Gaetano Vassallo, l'imprenditore di camorra che per un ventennio ha inondato la Campania di scorie tossiche, descrive il suo ruolo negli appalti per consorzi rifiuti e termovalorizzatori. L'espresso invece ha ricostruito come alla società della famiglia Cosentino, un colosso nel settore di gas e petrolio, fosse stato negato il certificato antimafia: un permesso concesso solo dopo l'intervento del prefetto Elena Stasi, poi eletta al parlamento per il Pdl grazie anche al sostegno di Cosentino.
Il nostro giornale ha scoperto l'operazione sui terreni della centrale elettrica di Sparanise, che ha fruttato 10 milioni di euro ai familiari del sottosegretario. E l'acquisto di un lotto dai parenti di Schiavone.
Tutto questo non ha scosso il Parlamento: finora gli interventi si contano sulle dita di una mano. Il sottosegretario ha respinto le accuse, promettendo querele.
Il premier Berlusconi ha chiuso la questione: "Ho assicurazione personale dagli interessati che si tratta di operazioni legate alla politica, e non a quella realtà". Intanto i casalesi continuano a uccidere. Nonostante le retate, nonostante i parà della Folgore, vanno avanti nelle esecuzioni. Intanto i casalesi continuano a elaborare piani per ammazzare Saviano, che proprio su L'espresso ha sottolineato il silenzio intorno al caso Cosentino.
Il racconto di Dario De Simone è importante proprio per gli aspetti politici. Il camorrista parla di vicende anteriori al 1995, anno del suo arresto, e in particolare delle elezioni regionali di quell'aprile che videro arrivare il giovane avvocato di Casal di Principe nel consiglio regionale guidato dal centrodestra.
In quel periodo il boss è latitante e si nasconde spesso nella casa di uno zio della moglie di Cosentino.
Lì sarebbero avvenuti i loro incontri: "Mi chiese di aiutarlo nella campagna elettorale. Io mi diedi da fare. Parlai con il coordinatore nella zona di Forza Italia.
Ho parlato anche con Walter Schiavone, Vincenzo Zagaria, Vincenzo Schiavone (oggi tutti detenuti e considerati elementi di spicco del clan, ndr): tutte persone che per altro ben conoscevano il Cosentino.
Un buon gruppo di noi frequentava il club Napoli di Casale, circolo che frequentava anche il Cosentino. Durante la latitanza, io e Walter Schiavone abbiamo dormito spesso lì".
Nel racconto del collaboratore, il comitato elettorale per le regionali '95 poteva contare anche sul sostegno dei vertici camorristici: "Solo a Trentola Ducenta ha raccolto 700 preferenze. Io stesso ho chiesto a varie persone la cortesia di votare Cosentino. Certamente quando io chiedevo delle cortesie ai vari amici di Trentola nessuno le rifiutava. Un po' tutta l'organizzazione si è occupata delle sue elezioni. Per la zona di Aversa si è interessato Francesco Biondino, per la zona di Lusciano Luigi Costanzo, per la zona di Gricignano la famiglia di Andrea Autiero, per la zona di Casaluce tale L. V., per quella di Teverola il ragioniere Di Messina".
Tutte le persone indicate sono state poi arrestate.
De Simone ricostruisce nel dettaglio anche i colloqui con il politico "dopo le elezioni e fino al momento del mio arresto": incontri tra un latitante ricercato per una raffica di omicidi e un assessore regionale.
"Discutevamo della situazione che si è venuta a creare dopo la retata Spartacus. Cosentino mi tranquillizzava dicendo che la sola parola di Carmine Schiavone non poteva consentire una condanna definitiva e che pertanto, nell'eventualità del mio arresto, dopo un periodo di carcerazione preventiva sarei comunque uscito. Il Cosentino mi riferì che la vittoria della coalizione di Forza Italia avrebbe sicuramente comportato un alleggerimento della pressione nei nostri confronti e in particolare si riferiva alle disposizioni di legge sui collaboranti della giustizia. Ricordo anche che parlavamo degli orientamenti politici dei giudici che si occupavano delle nostre vicende, in particolare del dottor Greco e del dottor Cafiero che ritenevano particolarmente agguerriti nei nostri confronti. Arrivammo alla conclusione che l'affermazione di Forza Italia avrebbe potuto mutare la situazione, nel senso che i giudici di sinistra sarebbero stati ridimensionati e non avrebbero più avuto quel potere alla Procura di Napoli. Il Cosentino mi disse che bisognava stare attenti soprattutto in riferimento all'attività politica degli onorevoli Diana e Natale in quanto persone vicine all'onorevole Violante e che facevano pressioni affinché vi fosse un intervento costante nella zona da parte delle forze dell'ordine".
Un capitolo inquietante riguarda la dissociazione: l'ipotesi di concedere sconti ai mafiosi che prendevano le distanze dai clan, sul modello di quanto fatto durante il terrorismo. De Simone fa riferimento ai colloqui tra don Riboldi e il ministro Giovanni Conso del 1994. "È evidente che avevamo interesse che la dissociazione fosse valorizzata. In questo momento avremmo potuto fare sette o otto anni di carcere senza 41 bis e uscire puliti e continuare a curare le nostre attività".
De Simone conclude la sua deposizione ribadendo: "Non ho mai ricevuto favori personali da Cosentino e non so se altri ne abbiano ottenuti, ma egli stesso esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione".
Dodici anni dopo, quel politico di strada ne ha fatta tanta. Parlamentare, leader campano della coalizione di maggioranza, sottosegretario all'Economia con un ricco budget e deleghe delicatissime.
Nonostante i sospetti, le inchieste della Procura e le relazioni pericolose Nicola 'o 'Mericano', come lo chiamano a Casal di Principe, resta inchiodato alla sua poltrona.
Nel silenzio sempre più imbarazzato dei compagni di governo e degli alleati della maggioranza.
giovedì 16 ottobre 2008
Aggressione fascista a Pavia, colpiti ragazzi del Centro Sociale "Barattolo"
Questo vile attacco è avvenuto premeditatamente, con il solo fine di intimidire e allontanare i giovani universitari da uno spazio sociale, tra i pochi luoghi di aggregazione e riflessione in città. A dimostrazione di tutto ciò vi sono la fuga preparata ad hoc, le armi pronte all'uso e l'inusuale apertura della sede di Forza Nuova.
Collettivo Universitario Autonomo
Fattispazio
martedì 14 ottobre 2008
Nucleare, Teheran scrive a Solana "Non tenete fede agli impegni"
Da Repubblica.it
Lettera del segretario alla Sicurezza nazionale, Jalili al ministro degli Ester Ue"Il suo vice non si è reso disponibile al dialogo nonostante la nostra disponibilità"
di VINCENZO NIGRO
ROMA - Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran e negoziatore sul dossier nucleare, Saeed Jalili, ha accusato i paesi del gruppo "5+1" di non avere tenuto fede all'impegno di un negoziato con Teheran sul nucleare.
In una lettera inviata all'alto rappresentante Ue per gli affari esteri Javier Solana, Jalili ha spiegato che "nonostante la disponibilità manifestata dalla repubblica islamica dell'Iran", il vice dello stesso Solana "non si è reso disponibile al dialogo".
Per la prima volta il governo iraniano ha reso noto integralmente una delle sue lettere a Solana. "A seguito del nostro colloquio" del 11 agosto 2008, "da lei definito proficuo, serio e ricco di contenuti", ha scritto Jalili, "il suo rappresentante ha dichiarato che i seri interrogativi posti dalla repubblica islamica d'Iran sarebbero stati portati all'attenzione degli altri stati membri". E "dieci giorni più tardi", ha affermato che "i quesiti posti dalla repubblica islamica dell'Iran sarebbero stati esaminati dai capi dei sei paesi nel corso del loro incontro a Washington e successivamente a livello dei loro ministri degli Esteri a New York".
Jalili, nella sua lettera a Solana, ha ricordato inoltre come Teheran "circa sei mesi fa" avanzò "un pacchetto di proposte, nell'intento di creare le premesse di un dialogo che avrebbe dissipato i dubbi reciproci attraverso impegni comuni volti ad affermare universalmente i principi di giustizia, pace, sicurezza".
La proposta, ha aggiunto il negoziatore iraniano, era "volta a eliminare nel mondo le armi di distruzione di massa e favorire invece un impegno collettivo per eliminare gli armamenti nucleari e porre fine alla loro proliferazione".
Ma "sembrerebbe tuttavia che tale proposta non sia soddisfacente per quelle potenze che per anni hanno accumulato armi di tipo nucleare e favorito la loro diffusione", ha scritto ancora Jalili. "Senza dubbio", ha concluso, "accettare questa proposta evitando perdite di tempo, opportunità preziose e approcci illogici, avrebbe potuto costituire un buon punto di partenza per avviare collaborazioni costruttive".
giovedì 9 ottobre 2008
Il governo salva Geronzi, Tanzi e Cragnotti
Ma ecco che una giornalista se ne accorge.
venerdì 3 ottobre 2008
Dagli atenei l'appello ai rettori: "Bloccare l'anno accademico"
Docenti e presidi hannio lanciato una raccolta di firme contro i tagli del governo
Da Asor Rosa a Bevilacqua, da Curi a Vattimo: "Ricerca a rischio e in mano ai privati. Bloccare l'inaugurazione dell'anno accademico!"
In tutte le università italiane. Per difendere la ricerca e la qualità dell'insegnamento e fermare i tagli alle risorse già scarse decisi dalla legge 133, l'ex decreto Brunetta. L'appello c'è, e si apre all'adesione dei docenti italiani. Scritto da Piero Bevilacqua, ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma, ha già raccolto firme eccellenti: Asor Rosa, Vattimo, Curi. Tante si vanno aggiungendo anche con la sottoscrizione online.
I professori chiedono ai loro rettori di "raccogliere il profondo disagio e la protesta che sale dalle università e di reagire con l'energia che la gravità della situazione richiede".
Contro le misure previste dalla nuova legge che di fatto cambiano in peggio il volto degli atenei: "Sottraggono risorse alla ricerca, riducono il personale docente e amministrativo, restringono lo spazio vitale dell'università sancendone l'emarginazione irreversibile nella vita del Paese".
"Il provvedimento del governo accompagna l'università alla catastrofe - dice Bevilacqua - tagliando del 20 per cento il turn over e permettendo la trasformazione degli atenei in fondazioni. Un suicidio". In pratica, ogni cinque docenti pensionati ne entrerà solo uno nuovo. E con la maggioranza semplice, il rettore potrà deliberare il passaggio da università pubblica a ente privato.
"Un Paese senza ricerca e in mano ai privati dove va? - prosegue Bevilacqua - Un disastro per tutti. Gli ordinari entrano a sessant'anni. Assurdo. I nostri giovani migliori fuggono via. I dottorandi zampettano tra articoletti e ricerchine, senza prospettive perché senza ricambio. In attesa di concorsi e soprattutto di grandi progetti".
A preoccupare è il fiato corto, quel "vivere nel breve periodo ossessivo e distruttivo che non porta da nessuna parte". E quell'idea, dannosa, di privatizzare l'istruzione, "con l'ateneo classista, chiuso ed esclusivo, e piegato alle piccole utilità di privati poco interessati alla ricerca vera".
Fonte: Repubblica.it
Questa è un'altra tematica, tra le tante attuali, che mi preoccupa molto essendo uno studente universitario, non solo perchè sono un diretto interessato, ma anche per i nostri futuri figli e per tutti quelli che si iscriveranno alle nostre università nel corso dei prossimi anni.
I giovani sono la forza del rinnovamento sociale di una nazione, se il nostro governo applica una politica in modo da danneggiare gli studenti universitari, tutti gli atenei e soprattutto la ricerca significa che il nostro è un governo inadatto alla modernizzazione del nostro paese...
Alcune scelte politiche dovrebbero essere comuni sia per la Sinistra che per la Destra, ma il male della nostra politica è quello di accusare e criticare e non confrontarsi per raggiungere un compromesso costruttivo per tutti i cittadini italiani.
Mi riferisco a moltissimi ambiti quali la ricerca e l'università, l'integrazione dei clandestini, la lotta alle criminalità organizzate, un'economia comune e una riforma della giustizia (garantendone la propria indipendenza dal potere politico).
