sabato 9 agosto 2008

Stereotipo vincente

Un mio amico, Matteo Spertini, ha scritto nel suo myspace un articolo contenente i suoi pensieri..
A parer mio molto interessante e coglie appieno l'ideale del giovane modello.

"Non sono un giornalista, non sono esperto in nulla, non sono nemmeno un universitario, anche se tanto lo vorrei… sono semplicemente un ragazzo, un giovane della parrocchia di Laveno Ponte, che scrive questo articolo per una propria esigenza, per il solo gusto di esprimere la propria modesta opinione; pazienza se non susciterà alcuna reazione, pazienza se sarò l'unico lettore di queste parole scritte nell'ennesimo pomeriggio piovoso di una primavera più timida del consueto.
Sono semplicemente parole scritte da un ventenne, stanco di essere identificato come giovane: quindi parte di una fascia della società che corrode il sistema, le nostre famiglie, i nostri lavori, un peso per gli italiani, identificato come ogni categoria sociale che si rispetti in una serie di luoghi comuni che di fatto sono il motore del mondo, della politica nostrana, dei rapporti umani.
Così come i camionisti, tutti indistintamente bestemmiano e amano le prostitute, le infermiere si concedono ai medici, così il giovane, parassita dello stato, è un essere allo sbando, privo di ideali e opinioni qualunque sia l'argomento di discussione.
Solo alcolici, droghe e discoteche godono del nostro pensiero.
Forse questo luogo comune nasce dall'esigenza di chi comincia a rimpiangere il periodo in cui aveva la mia età, che pare ormai troppo lontano, e cerca di lasciarselo alle spalle in qualche modo, ossessionato dai tradimenti fatti agli ideali e agli amici dell'epoca.
Ho sempre notato con un grosso punto interrogativo come la generazione che quarant'anni fa, nella gigantesca rivoluzione socio-culturale del 1968, tanto mi pareva sui libri di scuola eroica e unita nella lotta alla violenza, allo scontro armato, alla guerra, al razzismo, allo sfruttamento sul lavoro, e determina nella distruzione di stereotipi e conformismi; appaia oggi altrettanto unita nel rinnegare tale periodo, nel secernere il mondo in buoni e cattivi.
Questo perché il luogo comune ci difende, ci protegge, semplifica la vita, non è più necessario conoscere per giudicare, basta osservare, esistono precisi parametri per catalogare l'umanità: che vettura guida il soggetto, come si veste, di che colore ha la pelle.
L'imperativo è vincere, come sempre.
Qui vincere significa trovarsi laddove il proprio stereotipo rispecchia i buoni, sbagliato sarebbe trovarci in qualsiasi altra parte del mondo, dove siamo mafia-pizza-mandolino; ma dal punto che ci troviamo a Laveno Ponte, non siamo noi a sbagliare, noi siamo nello stereotipo positivo, creato da noi stessi per difenderci.
Noi settentrionali al nord, noi occidentali in occidente, noi che la domenica andiamo in chiesa e poi allo stadio armati, noi che mandiamo a casa tutti immigrati, ma alzi a mano chi non è figlio o nipote di un immigrato, noi che abbiamo famiglia, noi che portiamo i bambini a scuola con il SUV, noi che amiamo l'ambiente, noi che insultiamo l'arbitro alla partita di nostro figlio, noi che ci sentiamo come gli indiani nelle riserve, noi che sul vangelo leggiamo "porgi l'altra guancia", noi che chiediamo la legalizzazione delle armi da fuoco per difendere la nostra casa, noi che diamo l'elemosina, noi che sfrattiamo cinesi, noi che l'importante è l'amore, ma meglio se ricco, noi che compriamo caviale per il gatto, noi con addosso pellicce di visone.
Proprio noi.
Noi che andiamo a messa ogni domenica mattina, quindi siamo sicuramente ottime persone.
Così mi ritrovo a continuare la tradizione che ho condannato poche righe fa: mi lamento dei pregiudizi e generalizzo sulla nostra comunità, sulla nostra cultura e sulle idee delle persone che mi circondano, delle istituzioni che regolano la nostra società, la nostra vita, conscio di cadere sempre più spesso nell'incoerenza, probabilmente perché sono frutto di questo sistema, di questa ideologia per natura incoerente, ma molto conveniente a noi stessi.
Ci sentiamo migliori, pronti a puntare dita ovunque che quasi non ne abbiamo a sufficienza, ci riferiamo a masse, gruppi, mai a singoli individui.
Per una volta ho preferito mettermi sotto la lente di ingrandimento con la mia cultura e il popolo a cui appartengo, per riflesso, generalizzando.
Perché credo sia necessario cominciare da se stessi a cambiare il mondo.Sempre che questo mondo di stereotipi più o meno vincenti abbia bisogno di essere cambiato.

Matteo Spertini

Ha già scritto tutto lui! Parole sagge Sperti!

Nessun commento: